Quando gli anni passano, si dovrebbe diventare più saggi, ma ci sono tante domande a cui io non riesco più a dare risposta. Il governo chiede sacrifici. Ma i sacrifici li facciamo sempre noi, persone comuni.

Una delle tante domande che ormai attraversa le case, le fabbriche, i supermercati, le fermate degli autobus, i corridoi degli ospedali, è: fino a quando dovremo continuare a stringere i denti?

Stringere i denti davanti alle bollette che divorano stipendi e pensioni. Stringere i denti davanti a un carrello della spesa che costa il doppio mentre i salari restano fermi. Stringere i denti davanti a governi che parlano di “responsabilità”, “mercati”, “vincoli”, mentre milioni di persone non riescono più a vivere dignitosamente.

Ci dicono che non ci sono soldi. Ma i soldi per le guerre ci sono sempre.

Miliardi per armi, missili, eserciti, basi militari. Miliardi per alimentare conflitti che arricchiscono industrie belliche e multinazionali dell’energia. Mentre un pensionato sceglie se comprare le medicine o accendere il riscaldamento. Mentre una madre abbassa il termostato per far mangiare meglio i propri figli. Mentre un giovane lavora otto, dieci ore al giorno senza poter immaginare un futuro.

Questa non è fatalità. È una scelta politica.

Hanno trasformato il diritto al lavoro in ricatto. La precarietà è diventata il loro modello sociale: contratti umilianti, salari da fame, vite sospese. Ti vogliono stanco. Ti vogliono solo. Ti vogliono impaurito abbastanza da accettare tutto. E poi hanno il coraggio di chiamarla “flessibilità”.

La verità è che milioni di lavoratori vivono in un’ansia permanente. Persone di quarant’anni trattate come interinali eterni. Ragazzi laureati costretti a emigrare o a sopravvivere con stage non pagati. Donne schiacciate tra lavoro sottopagato e cura familiare invisibile. Operai che si spaccano la schiena e vengono licenziati con una mail.

E mentre il lavoro distrugge la salute e consuma la vita, ci dicono anche che dovremo andare in pensione sempre più tardi.

Più tardi. Sempre più tardi. Magari accompagnati da un carro funebre.

Come se un muratore a settant’anni potesse salire ancora sui ponteggi. Come se un’infermiera distrutta dai turni massacranti potesse reggere altri anni. Come se chi ha passato una vita in fabbrica fosse una macchina e non un essere umano.

L’aumento dell’età pensionabile è una violenza sociale. È il furto del tempo. È negare alle persone il diritto di vivere gli anni della maturità con serenità, dopo una vita di fatica.

Ci stanno dicendo una cosa terribile: dovete lavorare di più, vivere peggio e morire prima.

E intanto i profitti crescono.

Le grandi compagnie energetiche accumulano utili scandalosi mentre il popolo si impoverisce. Le banche festeggiano dividendi record mentre aumentano sfratti e povertà. I manager ricevono bonus milionari mentre chi produce davvero la ricchezza viene lasciato indietro.

Questa è la loro idea di società: privatizzare i profitti e socializzare la sofferenza.

Ma noi non possiamo accettarlo come inevitabile.

Perché ogni diritto conquistato nella storia è nato dalla ribellione di chi aveva detto basta. Le ferie, la sanità pubblica, la pensione, il contratto nazionale, la scuola accessibile a tutti e tutte: niente è stato regalato. Tutto è stato strappato con lotte, scioperi, sacrifici collettivi.

Oggi dobbiamo ritrovare quel coraggio.

Dobbiamo tornare a guardarci negli occhi e capire che il nemico non è il povero più povero di noi. Non è il lavoratore straniero. Non è chi protesta. Il nemico è un sistema che mette il profitto davanti alla vita umana.

Un sistema che finanzia la guerra e taglia gli ospedali. Che salva le banche e abbandona i quartieri popolari. Che parla di pace mentre investe nella distruzione. Che pretende produttività infinita da esseri umani sempre più fragili e soli.

Noi non vogliamo una società fondata sulla paura. Vogliamo una società fondata sulla dignità.

Dove nessuno debba scegliere tra mangiare e curarsi. Dove il lavoro sia stabile, sicuro e pagato il giusto. Dove le bollette non siano una condanna. Dove gli anziani non vengano trattati come un costo. Dove la pace sia un investimento reale e non uno slogan ipocrita.

Perché la vera ricchezza non sono le borse finanziarie. La vera ricchezza sono le persone.

Sono le mani di chi lavora. Sono gli insegnanti, gli operai, gli infermieri, i pensionati, i giovani precari. Sono quelli che ogni giorno tengono in piedi questo Paese mentre altri accumulano privilegi.

E allora basta con i sacrifici imposti sempre agli stessi. Basta con la politica piegata agli interessi dei potenti. Basta con la guerra pagata dai popoli.

È tempo di rialzare la testa. Di tornare a lottare. Di pretendere giustizia sociale, pace, redistribuzione della ricchezza e dignità del lavoro.

Le ferite, prima o poi, imparano a gridare.

Laura Robbiano – PRC

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