Una delle notizie che in questi giorni sta raccogliendo attenzione per la particolarità dell’evento è quanto accaduto alle Maldive. Ogni volta che vedo un articolo o una considerazione sull’accaduto, il mio pensiero è rivolto alle vittime, alle famiglie che lasciano, agli amici che li attendevano a casa per ascoltare i racconti della vacanza e alle persone che erano con loro sull’imbarcazione e non li hanno più visti riemergere.

Qualunque tragedia, di qualunque natura, inclusa questa in ambito subacqueo, merita rispetto e il dolore per le vite spezzate deve essere posto prima di qualunque pensiero o considerazione.

Prima di continuare, una breve presentazione per chi non mi conosce.

Sono un subacqueo. Con il tempo, la formazione dedicata e soprattutto l’esperienza, sono arrivato a essere un istruttore in grado di addestrare e rilasciare abilitazioni fino a 100 metri di profondità, in gergo “no-limit”, oltre che eseguire tale tipologia di immersioni: se non ne fai, non puoi insegnare a farle.

Il mio principale interesse è l’esplorazione di relitti, incluso l’accesso in ambienti chiusi, ostruiti e parzialmente ostili, e anche per questo possiedo qualifiche di insegnamento specifiche. Un esempio è stata la mia partecipazione, lo scorso anno, alla spedizione in Grecia sul relitto dell’HMHS Britannic, gemella del più famoso RMS Titanic.

Leggendo i vari articoli sull’argomento sopra citato, provo principalmente mestizia e, soprattutto, vedendo il contenuto degli articoli pubblicati anche da importanti testate nazionali, provo disagio e malessere, acuiti dai commenti che seguono, redatti ed espressi sicuramente da chi della subacquea conosce poco o nulla ma si permette di pontificare e giudicare quando non sono ancora chiare le dinamiche degli eventi e, soprattutto, di mancare di rispetto a persone che non ci sono più.

Sono convinto che, se si chiedesse a ChatGPT, Gemini o MS Copilot di generare un articolo sulla subacquea, sarebbero in grado di fornire una paginetta con analisi meno sciocche.

Le riflessioni che seguono sono indirizzate sì alla comunità subacquea, che comunque rimane una nicchia tra le attività sportive, ma soprattutto a chi non è un subacqueo, o non lo è ancora, ma, affascinato dal mondo sommerso, osserva, cerca immagini che possano saziare la propria curiosità, osservando però da distante e con qualche timore, intensificato in questi giorni.

La subacquea non è una roulette russa, non è giocare con la propria vita, non è tentare la sorte, come sembra si voglia far credere. È una disciplina educativa sia a livello sportivo sia mentale, perché porta ad avere autocontrollo, oltre a sviluppare rispetto verso il mare e la vita acquatica in generale.

Il mare, come la montagna, non concede leggerezze: entrambi gli ambienti esigono estremo rispetto. Infatti non ammettono né distrazioni né superficialità, imponendo una preparazione attenta e una prudenza costante.

In mare come in montagna esistono regole, procedure, formazione ed esperienza ben precise, che devono essere coltivate e mantenute tramite esercizio costante, e non una tantum, per qualche mese nell’arco di un anno.

Una formazione adeguata consente di essere consapevoli dei propri limiti, che sono ben precisi sia a livello fisico sia psicologico. Proprio la consapevolezza dei propri limiti consente di immergersi in sicurezza con un unico e semplice obiettivo: scoprire ogni volta qualcosa di nuovo, divertirsi e tornare a casa con il cuore pieno di gioia.

I limiti possono essere progressivamente ampliati con la giusta formazione, preparazione e allenamento, ma resteranno sempre abbondantemente all’interno di un rischio accettabile.

È impossibile negare che esistano anche persone che, per esibizione del proprio ego o per ricerca dell’adrenalina, scelgono di accorciare la catena della sicurezza e accettare azzardi più elevati, ma questo è un altro argomento che preferisco non affrontare perché molto complesso, talvolta anche con risvolti psicologici individuali che possono addirittura derivare da complessi di inferiorità non elaborati.

Leggendo la definizione “rischio accettabile” si potrebbe tornare alla considerazione che la subacquea significhi sfidare la sorte, ma, se ci si riflette, ogni gesto che compiamo include un’accettazione del rischio.

Il rischio esiste quando saliamo in auto e ci avviamo verso una meta: statisticamente avvengono più incidenti con vittime in auto che nella subacquea. Esiste ogni volta che saliamo su un aereo, statisticamente più sicuro dell’auto, ma dove un singolo incidente colpisce molto di più per il numero delle vittime. Esiste quando attraversiamo distrattamente la strada guardando lo smartphone o quando svolgiamo un qualsiasi lavoro tra le pareti domestiche, ambiente nel quale avviene il maggior numero di incidenti.

Tutti i rischi portati a esempio sono ormai entrati nella nostra vita e ne siamo quasi assuefatti, al punto da non considerarli più tali. Anzi, in ambienti come quello domestico o dentro la nostra auto ci sentiamo protetti e pienamente nella nostra zona di comfort.

Forse non ci si è mai riflettuto, ma il rischio zero non esiste in nessun ambito della vita.

Da sempre viviamo con un rischio accanto, e vivere non significa eliminare ogni rischio dalla nostra vita, ma gestirlo.

Vivere insegna a conoscere e affrontare con consapevolezza i rischi; l’esperienza ci aiuta a valutarli, così come a vivere e sentirci vivi pur sapendo che, in qualunque momento, sebbene raramente, possa accadere qualcosa di imprevisto.

La mia filosofia è che siamo nati per vivere la nostra vita e non limitarci a esserne spettatori: anche se avessimo un posto d’onore su un palchetto esclusivo, esso ci terrebbe comunque distanti.

Ogni giorno è un viaggio nel quale si incontrano persone che ci insegnano qualcosa e si possono apprezzare dettagli che il giorno precedente ci erano sfuggiti. Ogni viaggio ci arricchisce e ci permette di sognare, e per nessun motivo si dovrebbe smettere di farlo.

Vivere realmente l’ambiente acquatico non significa ricercare adrenalina attraverso il pericolo: significa trovare un equilibrio nel quale uomo e natura si fondono in un’unica entità. Come affermato da un mio amico, l’azione dell’acqua sulla mente umana dona equilibrio, serenità, forza, libertà e speranza.

Appena posso, carico i miei 150 kg di attrezzatura in auto, arrivo al mare, indosso la muta ed entro in acqua, rigorosamente con dei compagni: per mare e per montagna, mai da soli.

Quando, in pieno inverno, magari con il ghiaccio a terra, mi sentono dire che il sabato andrò a fare un’immersione, la domanda è sempre la stessa: «Ma non puoi startene a casa al caldo?».

La risposta è più o meno sempre la stessa: in acqua sto bene e mi ricarico. Quando lunedì mattina tu sarai in piena entropia e stress da inizio settimana, io chiuderò gli occhi, farò un bel respiro e rivedrò le meraviglie sommerse che mi avranno dato forza e concentrazione.

Non sarebbe neppure necessario dirlo, ma ogni volta che esco di casa con l’auto carica ho ben chiaro in mente che nulla di ciò che potrò vedere in acqua vale quanto un piatto di ravioli accompagnato da un bicchiere di buon Gavi in compagnia di amici. Per questo motivo l’immersione può essere annullata in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione, se i rischi non rientrano nel perimetro della sicurezza, anche quando siano state investite ore o giorni per raccogliere documentazione, approntare la pianificazione necessaria e sostenere spese economiche.

La subacquea non è un’attività competitiva, ma aggregativa. Volendo darle una descrizione romantica, è paragonabile a una ciambella preparata dalle nostre nonne: l’immersione è soltanto il foro centrale, mentre la parte più “golosa” rimane tutto il resto.

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