C’è un paradosso che osserviamo ogni volta che si analizza il rapporto tra le nuove generazioni e la cosa pubblica. Da un lato siamo abituati a etichettarli come apatici o disinteressati; dall’altro li vediamo riempire le piazze per il clima, lottare per i diritti civili e utilizzare i social come megafoni di attivismo globale. Dov’è, allora, il corto circuito? Forse il problema non è la loro mancanza di volontà, ma il fatto che la politica, per come la stiamo portando avanti, ha smesso di essere un linguaggio comprensibile per loro. O meglio, ha smesso di considerarli una variabile concreta nelle decisioni quotidiane. 

Fare politica, in fondo, non dovrebbe essere l’occupazione di una poltrona, ma “l’arte di organizzare la speranza”. Significa decidere oggi come distribuire le risorse per migliorare la vita di chi abiterà il mondo domani. Se questa missione fallisce, se le decisioni vengono prese guardando solo al consenso immediato di chi è già “strutturato”, i ragazzi si sfilano. È una reazione logica: se non mi vedi, perché dovrei ascoltarti? 

Proprio su questo punto, in un recente discorso, Luciano Violante ha lanciato una riflessione che ha il sapore di una sfida: “la politica deve tornare a essere un servizio, non una carriera. Per farlo, deve recuperare la capacità di ascoltare i bisogni di chi ancora non ha voce nei palazzi del potere”. Ma come si passa dalle buone intenzioni ai fatti? 

Un esempio virtuoso arriva da Parma, una città che ha deciso di smettere di “parlare” ai giovani e ha iniziato a “misurarli”. Qui è nato lo “Ius Test”, uno strumento che nessun’altra città europea aveva mai adottato prima. Non è un semplice regolamento burocratico, è un cambio di paradigma totale. In pratica, ogni singola delibera comunale passa sotto una sorta di scanner generazionale: un indice che valuta quanto quel provvedimento inciderà sulla vita degli under 35. 

Immaginate il lavoro di un assessore. Grazie allo Ius Test è costretto a fermarsi e porsi una domanda non scontata: “Questa decisione ha un effetto reale sui giovani?”. Non è un veto che blocca l’amministrazione, ma una bussola. Se una delibera sui trasporti notturni ottiene un punteggio alto, significa che si sta investendo sulla loro autonomia. Se una misura favorisce chi ha figli piccoli o l’accesso gratuito alla cultura, lo Ius Test lo certifica, rendendo visibile l’invisibile. 

Il Sindaco di Parma, Michele Guerra, lo ha spiegato con chiarezza al Corriere della Sera: il segreto è trattare i ragazzi con gentilezza e, soprattutto, smettere di considerarli “solo ragazzi”. 

Parma è un laboratorio a cielo aperto: su 202.000 abitanti, conta 44.000 residenti tra i 15 e i 34 anni, oltre a 33.000 studenti universitari. Una forza vitale che non può restare ai margini. E i risultati arrivano: quando i giovani sentono che la politica incide davvero sulla loro pelle — con liste d’attesa per i nidi quasi azzerate e servizi pensati per loro — la partecipazione smette di essere un miraggio. 

Nato da un’idea di un professore della Luiss, lo Ius Test è stato integrato nella macchina comunale: i dipendenti sono stati formati per applicarlo in modo autonomo, rendendolo un processo tecnico che prescinde dal colore politico del momento. È questa la solida base con cui Parma si prepara a diventare, nel 2027, Capitale Europea dei Giovani. 

Novi Ligure non è Parma, non è una Città universitaria e ha una popolazione che sta invecchiando. Però “gode” di una posizione strategica che la pone a poca distanza da altre città universitarie, come Genova, Milano e Torino. E quindi pensare di investire anche sui giovani, dare loro la giusta attenzione, non sarebbe certamente un’idea folle. Forse la disaffezione delle nuove generazioni non è un destino inevitabile, ma il risultato di anni in cui sono stati trascurati un po’ da tutti; l’ultima volta in cui i giovani hanno avuto voce in capitolo sono stati gli anni ’70, oltre mezzo secolo fa. L’esperimento di Parma ci dimostra che un’altra strada è possibile: smettere di fare promesse elettorali alla generazione Z e iniziare a misurare l’impatto di ogni singola azione sul loro futuro; smettere di pensare al futuro, ma cominciare a costruirlo insieme a loro. Perché se la politica non serve a chi verrà dopo di noi, semplicemente non sta svolgendo il suo compito. 

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