Mare, per me, vuole dire tre cose: focaccia, carte, parole crociate.
Lo so, sono anziana dentro. Non amo prendere il sole, non vado matta per la confusione e nemmeno per le conversazioni da spiaggia, tanto più con i miei coetanei milanesi. Conversare di quanti strumenti suoni mio figlio con una mano, mentre con l’altra risolve problemi di geometria analitica, non è esattamente la mia idea di relax. L’umanità, quando si mette d’impegno, sa essere spietata soprattutto quando si ritrova sudata e con la pancia in evidenza.
Amo invece parlare con le sciure genovesi un po’ âgée, magari davanti a una cedrata e giocando a cirulla. Qui, per fortuna, il bridge e il burraco non hanno ancora contaminato i Bagni Lina.
E poi amo i rumori di fondo: i bambini sul bagnasciuga, le onde, le urla dei “vucumprà”, come si chiamavano un tempo gli ambulanti, i gabbiani, la radio, l’inflessione ligure dei bagnini. Quel brusio disordinato e familiare che non chiede niente, non pretende attenzione, e proprio per questo consola. Una specie di orchestra minima dell’estate, stonata ma necessaria.
Amo concentrarmi sul quesito della Susy, quello della Settimana Enigmistica, sui rebus, sui giochi di parole: passione ereditata da mio padre.
Mia madre amava ripetere che mio padre era colto, ma lei era intelligente. Ovviamente l’accento era posto in quel “ma”. Ed effettivamente mio padre eccelleva nella nozionistica, soprattutto quella ad uso e consumo dei quiz e dei cruciverba. Conosceva i nomi degli enigmisti, i Bartezzaghi ovviamente erano tra i suoi preferiti, ma anche Malaguti aveva il suo posto nell’olimpo domestico delle definizioni e degli incastri.
Io, più modestamente, mi diletto con le parole crociate a schema libero e con qualche crittografia. Ma la mia vera passione resta la Pagina della Sfinge. Ne risolvo a malapena la metà, eppure in qualche modo mi sembra il modo migliore per ricordare mio padre. Se non altro perché continuo a ripetermi che, se ci fosse lui, saprebbe risolvere le zeppe, le cerniere, gli scarti e tutti quei diabolici marchingegni enigmistici che a me restano lì, a fissarmi con aria di superiorità.
Ieri cercavo di risolvere un rebus. Intuivo che fosse semplice, il che rendeva la cosa ancora più irritante, perché i rebus semplici che non vengono sono una particolare forma di umiliazione intellettuale. Avevo capito quasi tutto, ma non riuscivo a individuare la seconda parola.
Mi è venuta allora un’idea: perché non chiedere all’IA?
Mi sono sentita subito in colpa. Mi è sembrato di tradire mio padre, di essere una losca truffatrice, una specie di dopata dell’enigmistica. Per un attimo ho esitato. Poi, naturalmente, ho ceduto. Ho allegato la foto del rebus e ho chiesto aiuto.
Ed è lì che ho scoperto una cosa meravigliosa: l’IA non sa risolvere i rebus.
Ha iniziato a ragionare, a cercare in rete, a fare riferimenti strampalati, a proporre soluzioni illogiche con quella sicurezza un po’ inquietante di chi ha letto tutto ma non ha capito il gioco. Le ho dovuto spiegare il metodo. E, nel farlo, ho risolto io il rebus. Alla fine mi è venuto quel “latta” che mi mancava.
Lei (perché nel mio immaginario l’IA è una lei) mi ha fatto i complimenti, ha riconosciuto le sue difficoltà e forse ha imparato qualcosina.
Io, invece, ho pensato che forse non avevo tradito proprio nessuno. Perché certe eredità non sono oggetti da conservare intatti, ma gesti che continuano. Un modo di guardare le parole, di rigirarle, di sospettare che dietro una figura qualunque si nasconda un significato. Anche quando al posto di mio padre c’è una macchina che arranca, qualcosa di lui resta nel metodo, nella testardaggine, nel piacere infantile della soluzione trovata.
La prossima volta probabilmente l’avrà vinta lei.
Per ora, però: Papà Nico batte IA 1 a 0.

Ti è piaciuto questo articolo? Offrici un caffè con Ko-Fi

Segui il moscone su Telegram per ricevere una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo articolo https://t.me/ilmoscone


