C’è un’immagine che descrive perfettamente il presente finanziario di milioni di giovani europei: un cappuccino sorseggiato in un bar di tendenza a Milano. Costa 3 euro. Se quei tre euro uscissero dal portafoglio sotto forma di monete, il cervello registrerebbe un segnale chiaro. Gli psicoterapeuti lo chiamano “pain of paying”, il dolore del pagamento. È un freno naturale, un argine psicologico che ci dice: “Ehi, stai spendendo”. Ora, immaginate di frazionare quel cappuccino in quattro rate da 75 centesimi, addebitate automaticamente su una carta che non controllate quasi mai. Quel dolore sparisce. Il freno si rompe. Ed è esattamente su questa assenza di attrito che si sta costruendo il naufragio finanziario della Generazione Z.
I dati dello European Consumer Payment Report 2025 sono un ceffone in pieno volto. Mentre il resto d’Europa sembra aver imparato a gestire meglio le scadenze (con una puntualità nei pagamenti salita dal 63% al 76%), i nati tra il 1997 e il 2012 stanno andando in direzione ostinata e contraria. In un solo anno, la percentuale di giovani europei che non paga le bollette perché non ha soldi è più che raddoppiata, passando dal 20% al 52%. In Italia, solo il 55% della Gen Z riesce a essere puntuale con le scadenze, contro il 75% degli adulti. Ma prima di puntare il dito e liquidarli come una generazione di “spendaccioni superficiali”, dobbiamo guardare dentro l’ingranaggio. Perché la verità è molto più complessa, amara e, purtroppo, strutturale.
Il 39% dei giovani italiani ammette di essersi indebitato per emulare lo stile di vita degli influencer. Ma non parliamo delle grandi star da milioni di follower, ormai percepite come cartelloni pubblicitari viventi. Il pericolo vero corre sui binari dei micro-influencer: li sentiamo vicini, simili a noi, credibili. Quando ci suggeriscono un acquisto, non lo percepiamo come marketing, ma come il consiglio di un amico. È quella che la ricerca definisce Para-social Interaction: un legame asimmetrico che simula l’amicizia e abbatte le difese critiche. Se a questo aggiungiamo la FOMO, l’urgenza generata da trend che durano 48 ore, l’acquisto impulsivo diventa l’unico modo per sentirsi parte del mondo.
La Gen Z non va in banca a chiedere prestiti. Non ne avrebbe i requisiti, visti i contratti precari e il mercato del lavoro frammentato. Il loro debito è silenzioso, parcellizzato, quasi invisibile. Si muove innanzitutto attraverso l’economia degli abbonamenti: streaming, delivery, software, app. Singolarmente costano poco, ma il rinnovo automatico elimina il momento della scelta: il soldo esce, ma tu non decidi di farlo uscire. C’è poi il fenomeno del Buy Now Pay Later (BNPL). Piattaforme come Klarna o Scalapay permettono di rateizzare tutto, persino la pizza del venerdì sera. Il problema non è il tasso, ma la frammentazione. Puoi avere cinque piani attivi su piattaforme diverse che non comunicano tra loro. Sei tecnicamente indebitato, ma per il sistema creditizio sei “pulito”. Finché il castello non crolla. A questo si aggiungono le carte revolving, strumenti che non azzerano mai il saldo a fine mese ma accumulano interessi feroci, tra il 15% e il 20%, spostando il problema sempre un po’ più in là.
C’è una correlazione inquietante, evidenziata dalla John Hopkins University, tra l’uso di questi strumenti e i sintomi di ansia e depressione. È un circolo vizioso: il disagio mentale spinge verso lo shopping impulsivo come gratificazione istantanea, e il debito che ne consegue devasta ulteriormente la salute mentale. In questo scenario, colpevolizzare i giovani è un esercizio pigro. Questa è la generazione che ha affrontato l’esplosione dei costi degli affitti e un’inflazione che ha eroso il potere d’acquisto proprio dei redditi più bassi. Sono partiti senza paracadute, senza i risparmi accumulati dalle generazioni precedenti.
E mentre le piattaforme digitali vengono progettate da team di psicologi e designer con l’unico scopo di rendere il pagamento “indolore”, la scuola resta a guardare. In Italia, l’educazione finanziaria è un fantasma. Non si insegna cosa sia un tasso di interesse, né come funzioni un piano di ammortamento. I giovani vengono lanciati nell’arena dei consumi digitali armati di uno smartphone ma privi di scudi concettuali. Chiedergli di essere “resilienti” senza dare loro gli strumenti per capire dove finiscono i propri soldi è ipocrita. La crisi del debito della Gen Z non è figlia della vanità, ma di un perfetto incrocio tra fragilità economica, design tecnologico predatorio e analfabetismo finanziario. Forse, prima di scuotere la testa davanti a quel cappuccino rateizzato, dovremmo chiederci perché abbiamo permesso che il futuro diventasse un prodotto acquistabile in “quattro comode rate”, senza mai spiegare a nessuno chi avrebbe pagato l’ultima.
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Comodissimo prendersela con gli influencer. Capro espiatorio perfetto per distogliere l’attenzione da chi ha la vera responsabilità di questa storia. Molto più facile che guardare cosa ha davanti un ragazzo della Gen Z da quando è nato. Vive in una casa che i suoi genitori stanno ancora pagando con un mutuo quarantennale a TAEG 5,87%. Dorme in una cameretta comprata con una finanziaria a TAEG 8,80%. Va a scuola su una macchina presa a rate a TAEG 13,31%. Mangia dentro pentole comprate in 13 comode rate mensili perché “meno di un caffè al giorno”, vero Mondialcasa? Il debito spacciato per convenienza non lo ha inventato TikTok. Lo hanno inventato gli stessi genitori dei ragazzi che ora criticate, dentro una società drogata di consumi e apparenze che voi stessi avete contribuito a costruire mattone dopo mattone, rata dopo rata. Eppure meglio puntare il dito contro Klarna, che rateizza a interessi zero e ti remunera la liquidità al 3% invece di farti pagare 7 euro al mese per tenere fermi i tuoi stessi soldi su un conto, vero Poste Italiane? Il mutuo al 5,87% di TAEG è maturità. Il prestito auto al 13,31% è responsabilità. La finanziaria per il divano è normalità. Il ragazzo che divide una spesa in tre quote senza interessi è il simbolo del crollo della civiltà occidentale. Trent’anni fa indebitarsi era il segnale che ce la stavi facendo, nessuno scriveva editoriali scandalizzati, nessuno parlava di inganno indolore. Il debito era maturità adulta e andava benissimo così. Convincersi oggi di avere qualcosa da insegnare ai propri figli sul debito, dopo avergli mostrato ogni giorno fin da quando erano piccoli che vivere a rate è esattamente quello che fanno gli adulti seri, è il ritratto perfetto di chi mette al mondo un figlio e poi gli addossa la colpa del mondo che gli ha lasciato.