Una compagnia teatrale novese ha recentemente messo in scena una produzione in cui un’attrice, bianca, aveva la faccia dipinta di nero per rappresentare una donna di colore. Per quanto la scelta fosse indubbiamente fatta in buona fede, non può che essere interpretata come un esempio di blackface.
Questo articolo non vuole demonizzare la compagnia teatrale, che è uno dei progetti creativi che danno più valore alla città. Ma è proprio per la sua posizione di rilievo che è importante riflettere su questa scelta: le arti non dovrebbero rinforzare gli stereotipi.
Cos’è il blackface
La mancanza di una traduzione italiana suggerisce l’origine americana del termine, che si riferisce ai minstrel show, un tipo di teatro itinerante del XIX secolo in cui attori bianchi si truccavano il viso per rappresentare personaggi neri con tratti etnici caricaturali, di fatto perpetuando stereotipi razziali radicati nella schiavitu. Per il loro pubblico, esclusivamente bianco, era uno dei principali veicoli di contatto con la cultura e le usanze dei concittadini neri, dato che negli Stati Uniti vigeva la segregazione.
Negli ultimi decenni, il blackface nelle arti è considerato una pratica molto problematica, sia negli Stati Uniti che in altri Paesi con forte sensibilità alla discriminazione, come il Regno Unito. Dato che in Italia vivono 5.5 milioni di persone con nazionalità straniera (non esistono dati sulle etnie) e ci sono moltissimi, troppi esempi di razzismo, anche sistemico, è importante parlarne anche qui.
Il blackface a Novi
A Novi vivono 4.333 persone di nazionalità straniera, circa il 15%. La maggioranza rimane quindi italiana e bianca. Ma questo non significa che ognuno di noi non debba cercare di imparare di più sull’inclusività e favorire l’integrazione – e questo parte dalle arti.
Tornando allo spettacolo teatrale sopracitato, la storia è tratta da un film molto famoso, la cui attrice protagonista è nera. Eppure, il suo colore della pelle non è rilevante per la trama: chi non ha mai visto il film potrebbe addirittura non comprendere perché il viso è stato dipinto.
Il personaggio in questione è una cantante che si rifugia in un convento di suore per sfuggire alla criminalità. Potrebbe essere bianca, asiatica, sudamericana… il punto è che lei non è una suora. Quindi, come nel film, si riconosce facilmente perché è l’unica “suora” che indossa l’abito ma non il velo.
Ed è proprio questo il motivo centrale per cui bisogna parlare del perché il blackface è problematico: il colore della pelle diventa la caratteristica principale della persona. Non importa quello che fai, tu sei quello nero/arabo/cinese eccetera. Le persone di colore, in Italia (come in tanti Paesi a prevalenza caucasica), vengono spesso giudicate per la loro genetica, un elemento della loro persona che non può essere cambiato. Questo, alla fine dei conti, è la base del razzismo.
Capita che noi bianchi facciamo battute in cui rimarchiamo queste differenze, anche in modo bonario. Ma non sapremo mai cosa significa riceverle, perché non siamo mai stati riconosciuti per il colore della nostra pelle.
Il potere dell’arte nel cambiare le cose
Magari vi state chiedendo, “Non hai di meglio da fare, che fare questioni su uno spettacolo amatoriale?” ottima domanda. Ci sono sicuramente lotte più grandi e più urgenti di cui occuparsi in questo momento; ma credo fermamente che il cambiamento può anche iniziare dal basso.
Le arti sono sempre state un modo di portare avanti ideali di diversità e inclusione che la società magari non ha ancora accettato. Ed è per questo che dipingere la faccia di un’attrice bianca mi sembra una regressione. Chi sta sul palco ha l’opportunità di dare il buon esempio, e questa è un’occasione persa.
Penso, inoltre, a tutte le persone di colore, soprattutto quelle più giovani, che vivono nelle nostre zone, mi chiedo quante volte vengono etichettati come “diversi”. È il caso che gli venga ricordato anche in un momento di svago?
Non sempre il razzismo si presenta come un attacco volontario. A volte, sono proprio i gesti fatti in buona fede che possono fare ancora più male. La strada per la vera integrazione sarà lunga e tortuosa, ma è solo mettendoci in discussione che possiamo arrivare a destinazione.
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