C’è ancora domani, diceva il titolo del bellissimo film di Paola Cortellesi. E in quel film il domani era anche quello del 2 giugno 1946: il giorno in cui le donne votarono, la monarchia perse e la Repubblica vinse. Oggi, 3 giugno 2026, quel domani è già arrivato: passato remoto, ma ancora attuale.
Il 2 giugno è passato. Sono passate le cerimonie, le fasce, le foto, gli inni, i post con il tricolore e tutti gli altri orpelli istituzionali di giornata. E allora, proprio il giorno dopo, forse si può dire una cosa semplice: il problema non è il tricolore. Il problema è l’ipocrisia di chi lo indossa quando conviene e lo disprezza quando non serve più.
Il pensiero che esprimo non è quello di un nazionalista. Non mi interessa una patria usata come clava, come confine, come pretesto per sentirsi superiori a qualcun altro. Non credo a una bandiera che serva per dominare, escludere, dividere, schiacciare.
Parlo semmai da cittadino di una Repubblica nata dalla Resistenza, dalla Costituzione, dal lavoro, dalla dignità delle persone e dalle vite concrete di chi questo Paese lo ha attraversato, costruito, abitato, spesso pagando sulla propria pelle, il prezzo della povertà, dell’emigrazione e dell’esclusione.
Per questo fa impressione vedere certi eredi politici recitare oggi la parte dei patrioti o dei democratici.
Da una parte ci sono i discepoli di una storia post-missina che con la Repubblica antifascista hanno sempre avuto un rapporto ambiguo, un’insoddisfazione, una sorta di rimorso mai davvero risolto. Una storia che ancora oggi si porta dietro la fiamma tricolore nella simbologia del partito di governo, Fratelli d’Italia: non un dettaglio grafico, ma un’eredità politica che viene da lontano. Un’eredità di chi, con quella storia, non ha mai fatto davvero i conti fino in fondo.
E non si può parlare della storia della Repubblica facendo finta che l’Italia non abbia attraversato la stagione della strategia della tensione, delle stragi, delle trame nere, dei depistaggi e del terrorismo di matrice neofascista.
Piazza Fontana, Piazza della Loggia, l’Italicus, Bologna: sangue, bombe, morti, paura usata come strumento politico. E poi indagini ostacolate, piste spostate, verità negate, responsabilità coperte. Uno Stato italiano che, attraverso apparati deviati, complicità, omissioni e silenzi, è stato troppo spesso colluso o complice di quella stagione, provando anche a scaricare colpe e sospetti sulle sinistre, sugli anarchici, sui comunisti.
Non si tratta di memoria astratta. Si tratta di una ferita concreta della Repubblica. Una ferita che ancora oggi chiede verità, giustizia e assunzione di responsabilità politica.
Dall’altra parte ci sono gli eredi padani di chi ha passato anni a raccontare che la Padania non era Italia, che Roma era ladrona, che l’unità nazionale era un fastidio, che gli italiani del Sud erano un problema, che il tricolore era buono solo per essere insultato.
Eppure oggi eccoli lì: nei consigli comunali, nelle province, nelle regioni, in Parlamento, al governo. Fascia addosso, mano sul cuore, discorsi solenni.
Gli stessi politici o politicanti che hanno chiesto minuti di silenzio istituzionale per un leader che del tricolore aveva fatto oggetto di disprezzo pubblico, arrivando a dire che con il tricolore ci si puliva il culo.
A quel minuto di silenzio io non ho partecipato. Non per mancanza di rispetto verso la morte, ma per rispetto verso la memoria politica. Perché il lutto non può diventare lavatrice della storia. E il silenzio istituzionale non può trasformarsi nel modo più comodo per cancellare ciò che è stato detto, fatto, rappresentato.
La democrazia consente anche questo: permette di essere eletti perfino a chi ha costruito consenso contro l’idea stessa di comunità nazionale. Ma proprio per questo la memoria politica diventa necessaria.
Perché una cosa è criticare lo Stato, i governi, le istituzioni, le loro scelte e i loro errori. Un’altra è disprezzare il simbolo stesso della Repubblica e poi usarne cariche, stipendi, fasce e banchi come se nulla fosse.
E il punto è proprio questo: non si può insultare il tricolore per anni e poi pretendere che tutti applaudano quando lo si indossa per convenienza. Ancora oggi c’è chi scherza dicendo che l’inno nazionale lo canta solo quando vince la Nazionale. E magari pensa pure di aver fatto una battuta intelligente. Invece dice tutto. Perché per loro la patria è spesso una curva, una convenienza, una scenografia buona per le partite, le cerimonie e le campagne elettorali.
È la stessa logica con cui, ieri, venivano indicati come estranei o inferiori altri italiani: i meridionali, i sardi, i calabresi, i siciliani, i lucani. Cambiano i bersagli, cambiano le parole d’ordine, ma resta il bisogno politico di costruire sempre un “altro” contro cui definire la propria identità.
E questa non è Repubblica. Non è comunità nazionale. Non è amore per il Paese.
Perché l’Italia non è una purezza da difendere a comando. È una storia da riconoscere. È fatta di regioni, dialetti, lingue, culture, conflitti, differenze. È fatta anche di fratture profonde, ma proprio per questo ha scelto di chiamarsi Repubblica.
Il 2 giugno dovrebbe ricordarci esattamente il contrario: che dopo fascismo, guerra, monarchia e macerie, questo Paese ha scelto una forma comune. Imperfetta, contraddittoria, piena di ingiustizie da combattere. Ma comune.
C’è stato un tempo in cui i leghisti si raccontavano come eredi della lotta partigiana, come quelli che avrebbero continuato una Liberazione tradita dalla partitocrazia. Quando conveniva, erano figli e nipoti dei partigiani.
Poi è arrivato il vento del potere e del berlusconismo, e allora sono diventati alleati proprio di quelli che giuravano di non voler mai sostenere.
Poi è arrivato il vento del nazionalismo, e allora eccoli passare da “Roma ladrona” e “abbasso i terun” a “prima gli italiani”.
Questi sono i peggiori: non quelli che dichiarano apertamente ciò che sono, ma quelli che cambiano memoria, simboli e parole d’ordine a seconda della convenienza.
Partigiani quando serviva ripulirsi la storia. Secessionisti e contro altri italiani quando bisognava vendere autonomia. Alleati dei fascisti quando la convenienza del berlusconismo lo imponeva. Nazionalisti quando il potere ha iniziato a parlare da Roma. Altro che “Fischia il vento”: qui gira il vento.
E loro girano con lui.
Il 2 giugno è finito. Le bandiere si ripiegano. Gli inni si spengono. Le fasce tornano negli armadi. L’ipocrisia, purtroppo, resta.
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