Un potente uomo d’affari, un po’ avanti negli anni, convoca i figli e dice: «Figlioli miei, il tempo passa e io sto declinando. Mi raccomando: quando vi accorgerete che non sono più in grado di ricoprire il mio ruolo, ditemelo e vi affiderò la piena conduzione dei nostri affari».
Quel giorno arriva e i figli chiedono di essere ricevuti dal padre per dirgli che è il momento di cedere le redini del comando. Il padre li guarda con uno sguardo spento e dice: «Mi dispiace, troppo tardi».
Il recente fallimento della riforma del ministro Schillaci potrebbe decretare la fine, o per lo meno un notevole ridimensionamento, del Servizio sanitario nazionale, come voluto dalla legge 23 dicembre 1978, n. 833, cioè equo, universalistico ed eguale. E forse non è più possibile, troppo tardi appunto, restituire la sanità al ruolo che la legge le attribuiva: l’invasione del privato sembrerebbe inarrestabile. Ce lo dicono i numeri, citati mille volte e che è stucchevole qui riportare. Interessarsi un po’ a questo problema aiuterebbe a lasciare da parte per qualche tempo il generale Vannacci e a occuparsi di cose serie.
Bastava leggere le linee guida della nuova riforma della medicina del territorio, l’ennesima, che aveva dichiarato fallita la riforma Balduzzi, per capire che si trattava di un raffazzonato libro dei sogni irrealizzabile. Tanto che, alla sua uscita, l’Ufficio parlamentare di bilancio scriveva:
«Vi è l’incertezza sul quadro delle risorse correnti disponibili per gestire i servizi sanitari potenziati grazie agli investimenti programmati, soprattutto una volta che i finanziamenti assicurati dal PNRR saranno esauriti e le nuove strutture saranno operative, grazie ai risparmi di spesa consentiti dalla riorganizzazione del sistema e dall’innovazione tecnologica e digitale. Anche se non è implausibile che le riforme in atto nel SSN possano consentire di migliorare l’efficienza, contare su futuri risparmi di spesa può essere poco prudente, soprattutto in un settore, come quello della sanità, in cui spesso l’assorbimento del progresso tecnico può implicare un aumento dei costi».
I dati sono impietosi e facilmente consultabili in rete: in breve, meno di un terzo del programma è partito, il più delle volte in maniera parziale e senza i requisiti di legge; quel poco, tutto al Centro-Nord, quasi niente al Sud. Cattedrali nel deserto, tanti nastri tagliati sul nulla, case chiuse.
Ci sono due aspetti che definirei tragicomici. Il primo riguarda la figura professionale centrale di questa riforma: il medico di medicina generale, il «medico di famiglia», categoria che si è sempre opposta fieramente a questa proposta, e lo si sapeva. Questa opposizione e i malumori anche all’interno della maggioranza (Forza Italia) hanno fatto fare marcia indietro al ministro Schillaci, che ha ritirato la sua proposta.
Anche se, in determinate realtà, come Novi, i medici di base sono in buona parte favorevoli a collaborare. Non è proprio possibile stipulare una convenzione che mantenga la libertà di scelta del proprio medico e, nello stesso tempo, faciliti l’integrazione con la specialistica, agevoli l’accesso del cittadino-paziente al sistema e ne aumenti la disponibilità?
Nei fatti si è aperto il sipario, il palcoscenico è vuoto e gli attori sono in platea che fischiano: spettacolo sospeso.
Il secondo aspetto è l’idea di mettere insieme il medico di base con il pediatra di libera scelta, professionisti che hanno obiettivi completamente diversi e che necessitano di un progetto organizzativo del tutto differente. È evidente anche per un non addetto ai lavori.
Insomma, la lezione del Covid non è servita proprio a nulla. L’organizzazione rimane centrata sugli ospedali che scoppiano, il territorio arranca e l’accesso ai servizi è sempre più difficile per il cittadino. I balzelli per farmaci, specialistica e diagnostica hanno raggiunto ormai i 40 miliardi di euro: 40 miliardi, pari al 23% della spesa sanitaria. Un terzo del finanziamento pubblico va al privato, con un trend in crescita dopo anni che avevano visto un calo o una stabilizzazione di questo dato. Sempre più italiani rinunciano alle cure o si impoveriscono per curarsi.
Che fare?
Prima di tutto occorre una risposta chiara alla domanda politica per eccellenza: vogliamo salvare il SSN?
Se sì, allora la politica deve efficientare il servizio e trovare i finanziamenti. Il sistema è sostenibile se lo si vuole sostenere: questo è il suo compito.
Poi bisogna definire con chiarezza il ruolo del privato, che sta diventando sempre più sostitutivo e non complementare. Visto che il libero mercato è ormai il mantra dei nostri tempi, bene: se vuoi investire in sanità ti butti, ma io non ti do nulla.
Inoltre, il crescente ricorso al privato non convenzionato, al di fuori delle tutele pubbliche e in funzione della capacità economica individuale, amplia le disuguaglianze sanitarie e sociali, facendo venir meno quel principio di universalità ed equità che caratterizza il sistema sanitario pubblico. Sarà ideologico, ma si può fare.
Poi, ne sono sicuro, se cominciassimo a potenziare ciò che già esiste e funziona bene non sarebbe male.
Per ultimo, la rete ospedaliera. La Regione Piemonte in passato aveva tentato una razionalizzazione della rete ospedaliera che, a mio parere, poteva portare a qualche risultato. Tutto è rimasto, come sempre, in mezzo al guado: si è ridimensionato, ma non c’è stato uno straccio di programmazione, perché quando si ridimensiona da una parte si deve potenziare dall’altra.
Oggi la rete ospedaliera della nostra provincia ha qualcosa di surreale, credetemi.
Ti è piaciuto questo articolo? Offrici un caffè con Ko-Fi

Segui il moscone su Telegram per ricevere una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo articolo https://t.me/ilmoscone


