Oggi, 20 luglio 2026, sono passati venticinque anni dalla morte di Carlo Giuliani e dalle giornate più drammatiche del G8 di Genova.

Nel luglio del 2001 avevo undici anni. Di politica capivo poco, naturalmente, ma capivo la tensione. Era nei telegiornali, sulle prime pagine dei quotidiani, nelle conversazioni degli adulti. Era entrata anche in casa nostra, perché mio fratello aveva quindici anni e avrebbe voluto partecipare alle manifestazioni. In famiglia riuscirono a fermarlo, come probabilmente accadde in tante altre case italiane, dove il desiderio dei ragazzi di esserci si scontrò con la paura dei genitori.

Non so quanto fossero fondate quelle paure prima dell’inizio del vertice. So che, pochi giorni dopo, apparvero persino insufficienti.

Da bambino guardavo quelle immagini senza riuscire a metterle in ordine: il fumo, le camionette, le persone che correvano, i poliziotti e i carabinieri schierati, le vetrine distrutte. Sentivo parole che non conoscevo: zona rossa, black bloc, no global. Poi arrivò la notizia della morte di Carlo Giuliani e, nelle ore successive, le immagini della scuola Diaz e i primi racconti di Bolzaneto.

Soltanto anni dopo ho capito che Genova non fu semplicemente una manifestazione finita male. Fu uno spartiacque. In quei giorni si incontrarono tre storie: quella di uno Stato che non volle distinguere tra violenza e dissenso; quella di un mondo che provava ancora a immaginarsi unito; e quella di una generazione che chiedeva alla globalizzazione di diventare qualcosa di più di un enorme mercato finanziario.

La città trasformata in un inferno

A Genova vi furono scontri, devastazioni e violenze. Ma liquidare tutto come una manifestazione sfuggita di mano significa accettare una spiegazione fin troppo semplice.

La situazione non sfuggì improvvisamente al controllo. La tensione venne costruita a tavolino da quei vertici politici e istituzionali che avrebbero dovuto garantire l’ordine pubblico e la sicurezza di tutti, compresa quella dei manifestanti.

La città fu militarizzata prima ancora che iniziassero i cortei. La zona rossa, le barriere, i controlli, il clima di allarme e il modo in cui vennero descritti i manifestanti trasformarono Genova in una città assediata. Non ci si preparava a gestire una grande mobilitazione democratica, distinguendo tra chi protestava pacificamente e chi voleva provocare disordini. Ci si preparava ad affrontare un nemico.

Tra infiltrati dell’estrema destra, uomini degli apparati presenti nelle manifestazioni, provocatori e gruppi violenti lasciati spesso liberi di muoversi, la situazione venne progressivamente destabilizzata. Mentre alcune persone distruggevano la città quasi indisturbate, interi cortei pacifici venivano caricati.

Ci furono pestaggi di manifestanti inermi e arresti basati su ricostruzioni che i processi avrebbero poi smentito. Ci fu Carlo Giuliani, ventitré anni, ucciso in piazza Alimonda da un colpo sparato dall’interno di una jeep dei carabinieri.

La sua morte non avvenne dentro una fatalità imprevedibile. Avvenne dentro una situazione di tensione costruita da chi avrebbe dovuto impedirla.

Poi ci fu la Diaz.

Nella scuola dormivano manifestanti e giornalisti. Molti erano già nei sacchi a pelo quando entrarono i reparti di polizia. Furono colpite persone disarmate, alcune sedute o con le mani alzate. Vennero usati manganelli di tipo tonfa, abbattuti sui corpi come fossero martelli.

Nella scuola furono portate due bottiglie molotov trovate altrove per giustificare a posteriori l’irruzione e gli arresti. A costruire quelle false prove furono uomini appartenenti alle stesse istituzioni che avrebbero dovuto difendere la legge e garantire la sicurezza.

Nei verbali venne descritta una resistenza degli occupanti che non c’era stata. Le sentenze avrebbero poi ricostruito le violenze, le falsificazioni e i tentativi di copertura. La Corte europea dei diritti dell’uomo avrebbe riconosciuto in quelle azioni gli elementi della tortura.

A Bolzaneto, persone ormai completamente nelle mani dello Stato subirono violenze fisiche, insulti, minacce, umiliazioni e sevizie. Non erano più manifestanti da contenere. Erano cittadini privati della libertà e affidati alla responsabilità dello Stato.

Non furono soltanto eccessi commessi nel caos. Ci furono una catena di comando, false prove e tentativi di nascondere quanto era accaduto. Parti degli apparati dello Stato si comportarono in un modo che molti italiani pensavano appartenesse alle pagine più buie degli anni di piombo.

La magistratura ha ricostruito una parte di quelle responsabilità, ma molte domande politiche e istituzionali sono rimaste senza risposta. Una, soprattutto: perché chi devastava la città venne spesso lasciato libero di agire, mentre chi manifestava pacificamente veniva colpito?

Non sappiamo se l’obiettivo fosse anche quello di cancellare ciò che si discuteva nel vertice. Sappiamo però che questo fu il risultato. Venticinque anni dopo ricordiamo le vetrine infrante, i manganelli e il corpo di Carlo Giuliani sull’asfalto, mentre quasi nessuno ricorda che cosa stessero decidendo, a poche centinaia di metri di distanza, i capi delle maggiori potenze mondiali.

Le decisioni dimenticate

Del G8 di Genova si parla moltissimo, ma quasi mai si parla realmente del G8.

Di quella riunione ricordiamo tutto ciò che accadde fuori dalle stanze del potere e quasi nulla di ciò che avvenne dentro. Eppure non era la riunione di un circolo convocata per scegliere la data del prossimo torneo di burraco.

A quel tavolo sedevano i leader degli Stati Uniti, del Canada, del Giappone, delle principali potenze europee e della Russia. Nel bene e nel male, rappresentavano una parte enorme del potere politico ed economico mondiale.

Genova non fu uno degli ultimi G8. La Russia avrebbe continuato a partecipare ai vertici fino alla crisi del 2014. Ma fu l’ultimo G8 prima dell’11 settembre, l’ultimo grande incontro internazionale di un mondo che poteva ancora illudersi di avere definitivamente superato la Guerra fredda e la divisione in blocchi contrapposti.

Negli anni Novanta si era diffusa una speranza che oggi appare quasi ingenua. La caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica sembravano avere aperto la strada a una vera integrazione politica internazionale, alla cooperazione tra i governi e a un futuro nel quale popoli sempre più vicini avrebbero avuto meno ragioni per combattersi.

La presenza della Russia nel G8 rappresentava anche questo: l’idea che l’ex nemico potesse entrare stabilmente in un sistema di collaborazione con l’Occidente e che i problemi mondiali potessero essere affrontati attraverso il confronto politico, anziché attraverso una nuova corsa agli armamenti.

A Genova si discusse di povertà, debito dei Paesi più fragili, Africa, accesso alle tecnologie, sicurezza alimentare e lotta alle grandi malattie. Si può criticare la concretezza degli impegni e soprattutto l’idea che otto governi potessero decidere il destino di miliardi di persone non rappresentate a quel tavolo. Era, del resto, una delle contestazioni centrali portate nelle strade.

Ma di quelle decisioni, di quelle discussioni e persino di quelle promesse non è rimasto quasi nulla.

Della speranza degli anni Novanta si realizzò soltanto una parte. I mercati si unirono, le merci attraversarono più facilmente le frontiere, le imprese spostarono capitali e produzioni da un continente all’altro. Internet cominciò ad avvicinare persone che fino a pochi anni prima non avrebbero avuto alcun modo di comunicare.

Non arrivò però l’integrazione politica che molti avevano immaginato.

Le grandi aziende, le banche e i capitali impararono a muoversi liberamente oltre i confini, scegliendo dove produrre, dove investire e dove pagare meno tasse. I diritti dei lavoratori, le regole fiscali e gli strumenti della democrazia rimasero invece legati ai singoli Stati.

Il potere economico diventò mondiale. La politica restò locale e sempre più spesso localista.

Le multinazionali potevano mettere in concorrenza Paesi e lavoratori diversi, sfruttando le divisioni tra gli Stati. I cittadini potevano votare e cambiare il proprio governo, ma quel governo doveva poi confrontarsi con decisioni prese nei consigli di amministrazione, nelle grandi banche e nei mercati finanziari.

La globalizzazione si affermò come sistema economico, monetario e finanziario. Non nacque, accanto a essa, una politica globale capace di governarla democraticamente.

I profitti attraversarono i confini. I diritti e la democrazia no.

Era questo il futuro che molti dei ragazzi arrivati a Genova avevano già intravisto.

Quelli che chiamavamo “no global”

Li chiamavamo no global, ma erano forse il movimento più globale che avessimo mai visto.

Quel movimento non era nato a Genova. Aveva già mostrato la propria forza a Seattle, nel 1999, quando persone provenienti da Paesi e culture diverse avevano contestato il modo in cui veniva governato il commercio mondiale.

A Genova arrivarono centinaia di migliaia di persone da tutto il pianeta. Non soltanto giovani dei centri sociali, ma associazioni cattoliche, missionari, sindacati, ambientalisti, studenti, volontari, pacifisti e movimenti impegnati contro la povertà e per la cancellazione del debito.

Il mondo che il G8 pretendeva di rappresentare dentro il palazzo era già presente nelle strade, molto più numeroso, vivo e colorato.

Quelle persone non erano contrarie a una visione globale mondiale. Erano contrarie a quella globalizzazione: mondiale nei profitti e locale nei diritti.

Non chiedevano di chiudere le frontiere o di tornare ognuno nel proprio piccolo Stato. Chiedevano che la libertà concessa ai capitali fosse accompagnata da diritti universali; che la politica potesse stabilire regole comuni per la finanza; che lo sviluppo non venisse misurato soltanto dalla ricchezza prodotta, ma anche dalla sua distribuzione, dalla qualità del lavoro, dalla tutela dell’ambiente e dalla dignità delle persone.

Non avevano tutte le risposte e dentro quel movimento convivevano idee molto diverse. Ma la domanda di fondo era chiara: chi avrebbe governato il mondo globale, i cittadini oppure i mercati?

Per molto tempo quei ragazzi furono descritti come ingenui, estremisti o nemici del progresso. Anche una parte della sinistra li guardò con diffidenza, come se quella protesta fosse una manifestazione adolescenziale destinata a scomparire.

Non si comprese che da quelle piazze stava emergendo una delle questioni fondamentali del nuovo secolo.

Oggi sappiamo che molte delle loro preoccupazioni erano fondate. Sappiamo che la finanza può mettere in difficoltà interi Stati, che una multinazionale può avere più potere di molti governi e che il lavoro può essere spostato dove costa meno e viene tutelato meno.

Sappiamo anche che una globalizzazione non governata dalla politica produce disuguaglianze e paura. E quando le persone non riescono più a controllare ciò che determina la loro vita, quella paura diventa rabbia, chiusura e nazionalismo.

Quei ragazzi non avevano previsto ogni singolo avvenimento. Avevano però capito la direzione.

Poi, meno di due mesi dopo Genova, arrivò l’11 settembre.

Con il crollo delle Torri Gemelle crollò anche l’immaginario degli anni Novanta. Il mondo che discuteva di debito, disuguaglianze e governo democratico della globalizzazione venne sostituito dal mondo della sicurezza, del terrorismo e della guerra permanente.

Cominciò la stagione dell’Afghanistan e dell’Iraq, seguita negli anni successivi dalla Libia e da altri interventi presentati come necessari per difendere o esportare la democrazia.

Una strana idea di democrazia: ti spiego il valore della libertà mentre sgancio una bomba sulla tua casa o sulla scuola frequentata dai tuoi figli, magari uccidendo tuo fratello o tua madre, e mi aspetto persino che un giorno tu possa ringraziarmi.

In Afghanistan quella stagione terminò nell’agosto del 2021, vent’anni dopo il suo inizio, con il ritiro occidentale e il ritorno al potere dei talebani, cioè di coloro che l’intervento avrebbe dovuto sconfiggere.

La repressione di Genova colpì duramente quel movimento e quelle persone che, in ogni parte del mondo, provavano a immaginare una società diversa. L’11 settembre tolse a quelle idee quasi tutto lo spazio politico e mediatico, mentre le forze progressiste non riuscirono a trasformarle in un progetto credibile e duraturo.

Da allora ci sono state molte proteste, ma non abbiamo più visto un movimento altrettanto mondiale, capace di proporre una visione complessiva del futuro.

Non ci mancano i mezzi per comunicare. Oggi abbiamo internet in ogni casa e in ogni telefono e possiamo parlare in pochi secondi con persone che vivono dall’altra parte del pianeta. Ciò che abbiamo perduto è qualcosa di più profondo: la capacità di immaginare insieme una società diversa.

Siamo connessi come non lo siamo mai stati, ma facciamo sempre più fatica a sentirci parte della stessa storia.

A Genova una generazione pensava ancora che il futuro potesse essere migliore e, soprattutto, migliorabile. Credeva nella forza della politica, oltre il qualunquismo del «tanto non cambia mai niente». Credeva che le scelte collettive potessero impedire alle banche, alle lobby e alle multinazionali di contare più dei governi e dei cittadini.

Quella generazione fece paura. Non perché fosse armata o volesse rovesciare lo Stato, ma perché metteva in discussione un sistema presentato come inevitabile.

E non c’è nulla che spaventi il potere più di qualcuno che scopre che l’inevitabile è soltanto una scelta compiuta da altri.

Per questo, a venticinque anni di distanza, il G8 di Genova non può essere ricordato soltanto come una pagina terribile nella storia dell’ordine pubblico. Fu certamente questo, con un ragazzo morto, centinaia di feriti, torture e una ferita democratica mai completamente rimarginata.

Ma fu anche la fine di una possibilità.

Fu soprattutto l’ultima grande occasione nella quale un movimento davvero mondiale e popolare nonché giovanile provò a opporre alla globalizzazione dei mercati una globalizzazione delle persone, dei diritti, della pace e della democrazia.

Di quei giorni abbiamo conservato gli scontri e cancellato quasi tutto il resto.

Abbiamo ricordato le vetrine rotte, ma dimenticato le domande. Abbiamo parlato dei manganelli, ma molto meno delle idee che cercavano di colpire. Abbiamo trasformato un movimento mondiale in un problema di ordine pubblico, evitando così di rispondere alla questione che lo aveva portato nelle strade.

Chi deve governare un mondo ormai globale?

Venticinque anni dopo non abbiamo ancora trovato una risposta. I mercati sono diventati più forti, le istituzioni internazionali più deboli, i nazionalismi sono tornati e il pianeta si sta nuovamente dividendo in blocchi contrapposti.

Il punto non è idealizzare quei ragazzi o fingere che avessero sempre ragione. È riconoscere che avevano visto, prima di molti altri, il pericolo di una globalizzazione capace di rendere mondiali i profitti e lasciare locali i diritti e la democrazia.

Genova continua a farci male proprio per questo. Non ci ricorda soltanto ciò che accadde, ma il futuro che quelle persone avevano provato a costruire e che noi, venticinque anni dopo, facciamo fatica persino a immaginare.

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