Ah, l’antica e nobile arte del soffrire! Perché diciamocelo: per molti la gestione del proprio corpo non è mai stata una semplice questione di salute, di scienza o di scelte personali. No, è un percorso spirituale, una Via Crucis moderna dove l’unico vero indicatore di successo e dignità sembra essere quanto ti sta facendo male.
Quando dici in giro che sei in cura per l’obesità — una malattia cronica, complessa e riconosciuta come tale, (ma vuoi mettere il fascino medievale del “vizio della gola”? ) e che tra le varie cose usi le famigerate “punturine”, vedi subito le facce dei presenti contrarsi. Wegovy, Mounjaro, Ozempic… nomi che nell’immaginario collettivo non suonano come importanti scoperte della ricerca scientifica, ma come scorciatoie diaboliche per fannulloni senza forza di volontà.
“Ah, ma così è troppo facile!”, ti dicono con uno sguardo di superiore disapprovazione. Come se gestire un disturbo alimentare, seguire per anni un’équipe di medici, psicologi e nutrizionisti ed essere un’obesa di terzo grado fosse una rilassante passeggiata al parco, interrotta solo da un piccolo pizzico sulla pancia. C’è questo retaggio culturale, un po’ cristiano-cattolico e un po’ masochista, per cui le colpe vanno espiate. E la mela di Eva, a quanto pare, continua a fare vittime a distanza di millenni.
A proposito di Eva, c’è un altro ambito in cui questa sacra ossessione per il dolore raggiunge vertici sublimi: l’epidurale. “Tu partorirai con dolore”, dice la Bibbia, e noi ci siamo presi l’impegno di far rispettare la profezia a tutti i costi. Se decidi di fare l’epidurale per non sentire le pene dell’inferno mentre metti al mondo una vita, scatta subito il tribunale etico: “Eh no, così non vale! Non sei una “vera “madre se non hai sofferto almeno un po’”. Come se il certificato di maternità fosse un buono punti da riscattare in base alle ore di travaglio urlate a squarciagola. Se soffri sei un’eroina santa e martire, se chiedi un anestetico sei una viziata che imbroglia.
Ma la cosa fantastica è che questa logica la applichiamo solo quando c’è di mezzo un giudizio morale. Immaginate se la usassimo per qualsiasi altro problema di salute: ti fai male facendo uno sport spericolato? Niente cure, te la sei cercata. Hai un problema legato a uno stile di vita non proprio da atleta? Arrangiati, dovevi stare più attento. Ti viene una carie ? Via il dente, ma rigorosamente senza anestesia, così impari la lezione, ti lavi meglio e piu frequentemente i denti
Invece per quasi tutto il resto correre ai ripari con la medicina è la norma. Se prendi una pillola per la pressione o un antidolorifico per un banalissimo mal di testa, nessuno si sogna di darti del pigro o di dirti che stai barando. Ci portiamo dietro questi pesanti retaggi di stigma, pregiudizio e moralismo solo verso certe condizioni e scelte, dove l’aiuto della tecnologia o della scienza viene stranamente ed ingiustamente visto come una scorciatoia sospetta, una mancanza di dignità, un rifiuto di indossare il dovuto cilicio.
Alla fine della fiera, la “punturina” non è una bacchetta magica che ti fa dimagrire mentre mangi lasagne sul divano, proprio come l’epidurale non crescerà tuo figlio al posto tuo. Sono solo strumenti straordinari della medicina moderna che tolgono un dolore inutile — che sia fisico o quel costante, logorante “rumore di fondo” della fame patologica — per lasciarti finalmente concentrare sulla cosa importante: guarire e vivere meglio.
E se per qualcuno tutto questo significa non aver sofferto abbastanza per meritarsi la salute… beh, pazienza. Vorrà dire che la prossima volta, per fare contenti i puristi del dolore, chiederò al medico di prescrivermi il farmaco da iniettare, sì, ma accompagnato da un paio di ceci secchi da infilare nelle scarpe per tutta la giornata.
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