Mio figlio è sul divano, la PlayStation accesa, due ventilatori puntati addosso come i motori di un Boeing. Io in studio con l’aria condizionata e il computer acceso. Fuori l’asfalto sembra sciogliersi, dentro casa ciascuno sopravvive come può, ognuno nel proprio microclima artificiale. È una scena normalissima eppure, in questi giorni, mi ritrovo spesso a chiedermi se anche i nostri figli, fra quarant’anni, avranno nella testa quelle fotografie che non sono mai state scattate.
Perché la memoria, quella vera, è una fotografa molto strana. Lavora poco, scatta pochissimo e, quando decide di imprimere un’immagine, lo fa per sempre. La cosa curiosa è che raramente sceglie quello che noi consideriamo importante.
Io, ad esempio, ricordo perfettamente la mia prima vera vacanza.
Prima di quell’estate la mia infanzia è fatta di pochi fotogrammi sparsi: mia madre, i nonni materni, l’asilo, l’odore del pongo, le mani appiccicose di colla, qualche grembiulino, i piedi nudi nell’erba della casa di campagna, il sapore della neve di montagna, poco altro. È come se il cervello avesse deciso che i primi cinque anni non meritassero un archivio particolarmente ricco.
Avevo quasi sei anni, l’estate tra la scuola materna e le elementari.
Mio padre faceva il trasfertista. Era uno di quegli uomini che sembravano abitare più negli aeroporti che a casa. Russia, e Nord Africa principalmente. Da bambina ero perfettamente abituata alla sua assenza e, può sembrare crudele dirlo, ma quando tornava mi scombussolava l’equilibrio. Arrivava con la valigia, qualche regalino comprato chissà dove e una piccola nube di fumo di sigaretta che sembrava precederlo in ogni stanza. Oggi sarebbe impensabile. Allora era semplicemente mio padre. Non credo di averlo mai visto senza una sigaretta tra le dita.
La nostra famiglia funzionava come un triangolo perfetto: mia madre, mio fratello e io. Quando si aggiungevano anche i nonni materni diventava un pentagono praticamente indistruttibile. Quella era la mia zona di conforto, anche se allora questa espressione non esisteva ancora e riuscivamo a vivere benissimo lo stesso. Mio padre, invece, era una specie di cometa: compariva, modificava l’orbita di tutti e poi ripartiva. Occupava il televisore con interminabili telegiornali proprio quando io ritenevo indispensabile guardare i cartoni animati e mio fratello aveva in programma il suo telefilm. Cambiavano gli orari, il rumore della casa, perfino l’odore, inevitabilmente intriso di nicotina.
Così, quando mia madre annunciò che avremmo seguito papà per quattro mesi, da giugno a settembre, durante una sua trasferta nel Viterbese, vissi la notizia come una piccola tragedia personale. Quattro mesi? Con papà? Di seguito? La prima domanda che mi venne in mente non fu se mi sarei divertita, ma se sarei riuscita a vedere almeno qualche cartone animato tra un telegiornale e l’altro. E poi Viterbo… dov’era? Si mangiava il pesto anche lì? I bambini giocavano a “Strega comanda colore” oppure avevano inventato giochi misteriosi riservati ai laziali?
Prima di stabilirci facemmo una settimana di viaggio. Orvieto, le necropoli etrusche, il lago Trasimeno, Villa Lante a Bagnaia, Civita di Bagnoregio, che allora non era ancora assediata da file di turisti con il telefono già puntato prima ancora di attraversare il ponte. E naturalmente il vino Est! Est!! Est!!!, la cui leggenda mio padre raccontò con tale entusiasmo da trasformarla nel tormentone ufficiale di ogni cena di famiglia per i successivi vent’anni.
Poi arrivammo nella casa che ci avrebbe ospitati.
Il primo ricordo? Il terrazzino interno completamente invaso dal guano dei piccioni.
Fu lì che imparai una parola nuova: “guano”. Mia madre la pronunciò con tale frequenza e con tale disgusto che ancora oggi, ogni volta che vedo un balcone conquistato dai colombi, quella parola mi rimbalza automaticamente in testa insieme all’immagine di quel terrazzino ombroso di un palazzo di Viterbo. È incredibile come la memoria sia selettiva. Dimentichi il colore delle tende, i mobili, perfino il volto del proprietario di casa, ma conservi per tutta la vita gli escrementi di un piccione.
Eppure, se qualcuno mi riportasse oggi in quella città, sono convinta che saprei ancora ritrovare la strada della bottega dove mia madre ci portava a fare la spesa. Appena entravi ti avvolgeva un odore che non ho più sentito uguale: il pecorino, il prosciutto appena tagliato, il pane caldo, il legno consumato dal tempo, le cassette della frutta, un vago sentore di vino e di carta da pacchi. Ricordo le case basse costruite con quella pietra chiara, così diverse dai palazzi alti del centro di Genova. Ricordo un caldo completamente diverso, senza il sollievo della brezza marina: un caldo fermo, polveroso, che sapeva di terra secca, di persiane socchiuse, di gelsomini nascosti dietro qualche cancello e di bucato steso ad asciugare lentamente. E ricordo una sensazione che oggi mi sorprende ancora: il piacere di appoggiare le mani, o la schiena, ai muri di pietra dei vicoli. Erano sempre freschi, come se il sole avesse deciso di fermarsi un metro più in là.
E poi c’era Consuelo. Capelli nerissimi, due occhi vivacissimi e una sfacciataggine che, nella fantasia di una bambina cresciuta a Genova, mi ricordava le prostitute di via Pré. Espressione che allora ripetevo con assoluta naturalezza, senza avere la minima idea di cosa significasse davvero. A mio padre quel nome piaceva moltissimo. Ogni volta che la vedeva sorrideva e diceva: «Consuelo di Medina», citando il personaggio dei romanzi del Corsaro Nero di Emilio Salgari, di cui conosceva quasi a memoria le avventure e conservava gelosamente l’intera collezione. Per me, naturalmente, Consuelo era solo Consuelo e il Corsaro Nero una specie di eroe lontano che abitava nei racconti di mio padre. Lei mi aspettava ogni pomeriggio nel vicolo sotto casa e giocavamo per ore a palla contro il muro. «Una mano… due mani… un piede…». Riesco ancora a sentire l’eco del pallone che rimbalzava tra quelle pareti di pietra e riempiva il pomeriggio. Quel nome così esotico mi conquistò subito. Diventammo inseparabili. Quando arrivò settembre ci promettemmo che ci saremmo scritte, poi ci rendemmo conto che nessuna delle due sapeva ancora farlo davvero e ripiegammo sulle cartoline delle vacanze: poche parole in stampatello, qualche errore, tanti disegni. Andammo avanti per qualche estate, poi la vita fece quello che sa fare meglio: ci disperse. Mi piace però pensare che, da qualche parte, anche lei conservi il ricordo di quella bambina bionda arrivata dalla Liguria con un nome “da vecchia”.
L’immagine che però non riuscirò mai a cancellare è quella della Macchina di Santa Rosa. Avevo cinque anni e mezzo e vedere quella montagna di legno, polistirolo e luci alta quasi trenta metri, portata a spalla da un centinaio di uomini vestiti di bianco con la fascia rossa, fu qualcosa che stava a metà tra una cattedrale che camminava e un’apparizione. O un’apocalisse, ma di quelle bellissime. Rimasi incantata. Mi appassionai alla storia di Santa Rosa, ai diversi modelli delle “Macchine”, alla parola “machina”, dal latino, come mio padre puntualizzava ogni volta con la soddisfazione di chi finalmente poteva fare una piccola lezione senza che nessuno gli cambiasse canale. Ricordo ancora il museo. L’odore della cartapesta, del legno, del gesso, della vernice. È strano come un odore possa attraversare quarant’anni senza perdere intensità.
Ed è forse per questo che, guardando mio figlio sul divano, il rumore costante dei ventilatori, la PlayStation, le ferie insieme che saranno le solite due settimane di agosto e che sembrano già finite prima ancora di cominciare, non posso non chiedermi se per lui sarà lo stesso. Mi domando se anche lui, fra quarant’anni, ricorderà il rumore di qualcosa, un odore preciso, una luce, il nome di un amico conosciuto per una sola estate. Oppure se la sua memoria sarà piena soprattutto di immaginidi tik tok: forse reali ma non vissute.
Non lo so. Ogni generazione è convinta che la propria infanzia fosse speciale e probabilmente è un’illusione che accompagna il passare degli anni. Però continuo a chiedermi come lavori oggi la memoria in un mondo dove nulla sembra poter andare perduto perché tutto viene fotografato, filmato, condiviso e archiviato. Mi piace pensare che i ricordi continueranno a scegliere da soli cosa salvare, infischiandosene delle migliaia di immagini che produciamo ogni giorno e conservando magari un dettaglio, insignificante per gli altri, ma fondamentale per la nostra mente.
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