E niente. Questa volta è toccato ad Antonio Tajani. Non a Vannacci, dal quale ormai ci aspettiamo il repertorio completo. Proprio a Tajani: il moderato, l’europeista, l’uomo rassicurante mandato nei salotti televisivi a dimostrare che, in fondo, al Governo c’è ancora qualcuno che non vuole invadere la Polonia.
Parlando del matrimonio, Tajani ha spiegato quale donna consiglierebbe al figlio. Non quella troppo affascinante, che ha avuto più fidanzati e potrebbe essere incline al tradimento. Meglio una ragazza meno appariscente, con la gonna più lunga, seria, affidabile, destinata a diventare una buona madre di famiglia.
Ed eccolo lì, intatto, il patriarcato mediterraneo. Ligabue lo aveva riassunto in una frase: «Scegli, o troia o sposa». Tajani, trent’anni dopo, è ancora fermo davanti alla stessa scelta. Cambiano i modi, perché Tajani è pur sempre un moderato. Lo schema resta quello.
Il patriarcato mediterraneo non ha bisogno di vietare formalmente nulla alle donne. Basta dividerle in categorie: quella che fa girare la testa, ma proprio per questo non promette niente di buono, e quella che magari non sarà un granché, però cucina, resta al suo posto e non mette le corna al figliolo.
Un pensiero antico e molto domestico, con la tovaglia buona, il servizio di piatti della domenica e la mamma che assicura: «È una ragazza seria».
Il punto non è la gonna. O meglio, la gonna c’entra, ma soltanto perché tradisce l’ossessione di giudicare una donna dai segnali esteriori della sua disponibilità. Il vero problema è l’idea che una donna sia affidabile quando appare controllabile: ha amato poco, si mostra poco, pretende poco e promette di dedicarsi molto.
La “buona madre di famiglia” resta il marchio di qualità. Tutto il resto costituisce un rischio.
Del figlio, invece, non sappiamo nulla. Non sappiamo quante fidanzate abbia avuto, se ne abbia mollata qualcuna o se sia lui «portato a mettere qualche cornetto». Nel mercato matrimoniale immaginato da Tajani, l’uomo sceglie e la donna viene esaminata. Come un’automobile usata: precedenti proprietari, carrozzeria, affidabilità e tenuta nel tempo. Possibilmente pochi chilometri e che consumi poco.
Fa sorridere, ma solo per qualche secondo.
Perché è esattamente questo il modello verso il quale la destra di Giorgia Meloni ci sta accompagnando, un passo alla volta e sempre con l’aria di chi vuole semplicemente difendere cose belle: la famiglia, la maternità, la tradizione, il buon senso.
Parole innocue, prese singolarmente. Mettendole insieme, però, ricompare sempre la stessa donna. Madre prima ancora che persona, custode della famiglia, elemento di stabilità dell’uomo, garante dell’ordine domestico. Una donna può anche diventare Presidente del Consiglio, certo. Purché sia l’eccezione che conferma la regola e non pretenda di cambiare davvero le regole per tutte le altre.
Meloni è bravissima in questo. Occupa il posto che per secoli è stato riservato agli uomini e, da lì, ci spiega quanto siano rassicuranti i ruoli tradizionali. Si presenta come la prova vivente dell’emancipazione femminile mentre governa strizzando l’occhio a chi rimpiange un mondo nel quale le donne erano più semplici da classificare e, soprattutto, da contenere.
Poi arriva Vannacci, dice brutalmente ciò che gli altri lasciano intendere e sposta un po’ più avanti il confine del dicibile. Tutti fingono scandalo, qualcuno prende le distanze, ma intanto il suo linguaggio entra nella conversazione pubblica. Poco dopo Tajani, con modi più garbati, ci presenta la stessa idea in versione adatta alle famiglie.
È questo il gioco. Vannacci apre la porta a spallate, i moderati entrano in punta di piedi.
Io ho due figli maschi. E non voglio insegnare loro a cercare una donna che dia garanzie di obbedienza mascherate da affidabilità. Voglio che sappiano incontrare persone libere, con una storia, degli errori, degli ex, desideri che possono cambiare e progetti che non necessariamente ruotano intorno a loro.
Vorrei anche che capissero una cosa abbastanza elementare: una donna non deve dimostrare di essere “da sposare”. E loro non sono il premio che le verrà assegnato se sarà stata abbastanza seria.
Le donne possono essere madri oppure no, fedeli oppure no, generose, egoiste, coraggiose, mediocri, affidabili o inaffidabili. Esattamente come gli uomini. È questo che il patriarcato mediterraneo non ha mai digerito: non la parità astratta, ormai buona per tutti i convegni, ma la libertà concreta delle donne di essere persone intere, persino imperfette, senza dover rappresentare un modello.
Non mi interessano molto le eventuali scuse di Tajani. Sarebbero la solita toppa cucita dopo avere scoperto che, fuori dalla bicchierata di famiglia, certe cose suonano male.
Preferisco prenderlo sul serio. Lui e il mondo che quelle parole raccontano. Quindi va ripetuto. Alle ragazze non dobbiamo allungare le gonne. Dobbiamo cambiare lo sguardo dei ragazzi.
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In questo periodo di proclami e dichiarazioni strampalate tendenti al delirio anche costui si aggiunge al mucchio. Ormai sta diventando un’abitudine. Tajani era indigesto anche a chi lo mise in politica per la prima volta e pare ancora incredibile che un simile soggetto sia un ministro della repubblica e rappresentante all’estero del nostro paese.