È giunto il tempo di una nuova visione del lavoro

Il nostro saggio Sindaco ha scritto al neo Presidente del Consiglio Mario Draghi una lunga lettera per sollecitare la soluzione della vertenza dell’ex Italsider, attualmente gestita dalla multinazionale ArcelorMittal, in modo che sia garantita la produzione e quindi l’occupazione .

Non dovrebbe essere impossibile fare il miracolo, per il neo presidente santificato in anteprima. Comunque, ammesso e non concesso che il miracolo si verifichi, sarà un miracolo oneroso; oneroso per le casse dello stato e quindi per tutti noi che dovremo rimpinguarle. Qualsiasi soluzione con la multinazionale franco-indiana sarà oltre che onerosa, sicuramente temporanea.
Che il sindaco speri di risolvere il problema confidando nel potere miracoloso della propaganda è come una sbuffata di fumo. La sua missiva serve per dire che quello che poteva fare lo ha fatto ed infatti viene continuamente pubblicizzata. Comunque sia, va comunque apprezzata.
Ma non è sulle iniziative dell’amministrazione che si vuole porre l’attenzione del lettore, per questa, sarebbe sufficiente che farebbe funzionare i servizi locali con parsimonia ed efficienza. Si vuole invece porre l’attenzione sull’organizzazione del lavoro e provare ad immaginare come questo possa e debba evolversi per il futuro prossimo, in un contesto di continua evoluzione tecnologica.
E’ necessaria una nuova visione che comprenda una diversa organizzazione dell’impresa, associata in una forma di unione delle competenze, in grado di adeguarsi alle esigenze sociali.
Ormai è assodato che le lavorazioni dove è richiesta una notevole prestazione di personale, vengono dirottare verso nazioni emergenti, il cui costo è irrilevante; è terra di conquista delle multinazionali e non solo: vi trasferiscono le produzioni, beneficiano di agevolazioni e contributi, vi scaricano le conseguenze negative sia per la l’ambiente che per la popolazione ed i prodotti li smerciano nei paesi d’origine a prezzi concorrenziali.
Acquistano le ditte in difficoltà con false promesse per ottenere sovvenzioni, ottenuto l’aiuto economico (quello che sostanzialmente sta avvenendo con l’industria dell’acciaio) inizia la manfrina per la decolonizzazione e quindi saremo costretti ad acquistare acciaio prodotto altrove come già facciamo per i pullman e tanti altri prodotti. Il risultato è di rinunciare a tutte le conquiste della classe operaia come sta avvenendo, o ci diamo un’organizzazione che prevede una vera e propria rivoluzione dell’organizzazione del lavoro.

E’ già in atto negli uffici l’intelligenza artificiale che limita l’impiego degli amministrativi ed in prospettiva, si intravedono i fantascientifici umanoidi che si occuperanno quasi di tutto.

Se vogliamo restare al passo con il tempo, non possiamo farci privare della produzione e quindi delle risorse necessarie, riducendoci ad un paese di sfruttati, ma dobbiamo fare in modo che la nostra produzione, resti di nostra proprietà e venga man mano adeguata al tempo, avendone ben chiaro l’evoluzione per sfruttare tutte il progresso per migliorare le condizioni di vita ed ambientali.

E’ necessario una grande rivoluzione del pensiero sull’organizzazione del lavoro che, non va più visto come è concepito: un rapporto tra un capitalista, imprenditore o impresa ed i dipendenti , rappresentati da sindacati, tutti con interessi a se stanti, ma proiettato in un’ottica di concertazione che ne fa una associazione figurativa di proprietà. 

In tal modo tutti ne dovranno beneficiare o sostenerne le difficoltà temporali e di trasformazione ivi l’indispensabile riduzione dell’orario lavorativo per consentire a tutti occupazione partecipativa.

Un paese che non sa programmare il suo futuro è un paese destinato ad essere assorbito da paesi emergenti che per loro natura hanno una dinamica dirompente. Ne abbiamo avuto un’avvisaglia con la pandemia; siamo stati trovati impreparati e ci siamo accorti che non producevamo gli elementari strumenti di prevenzione e la sanità costretta a decidere chi doveva vivere, A morire sono i soggetti più deboli. 

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Francesco Giannattasio

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