Rifiuti e finestre rotte

Un lunedì di luglio, la mattina presto, esco a camminare percorrendo le strade della mia città, come faccio sempre, ma questa volta, in una delle vie vicine al centro, trovo una sgradita sorpresa. Non posso fare a meno di notare, infatti, sul marciapiede di fronte a un cancello, con il rischio di inciamparci, una borsa bianca dalla quale spuntano oggetti di vario tipo, soprattutto elettronici, che peraltro sono rifiuti speciali, non gettabili a caso sulla strada. Informazione che ho non certo perché mi intendo di smaltimento rifiuti, ma semplicemente perché è sufficiente un livello medio basso di intelligenza e cultura per saperlo. E qui nemmeno ci arriviamo a quel livello.

Intanto viene il martedì, poiché sono in ferie esco a camminare tutte le mattine della settimana ed essendo un’abitudinaria, faccio il medesimo percorso e incontro, nello stesso punto del giorno prima, nuovi elementi di arredo urbano, in questo caso una borsa di plastica piena di materiale indistinto che non mi soffermo a esaminare. Siamo a mercoledì ed ecco che, forse un po’ in anticipo sui tempi, spuntano rami di un albero di Natale e altre scatole vuote, mentre gli oggetti nei giorni precedenti contenuti nella prima borsa, si trovano ora sparsi a terra, come se qualcuno ci avesse rovistato dentro.
Il giovedì si aggiunge un vecchio zaino Invicta, reliquia vintage che riattiva pensieri nostalgici mentre sempre più fa capolino un senso di schifo creatosi già a inizio settimana, e non per le cose buttate alla rinfusa praticamente sul marciapiede, in fondo loro non ne possono nulla, no, lo schifo è per gli esseri poco umani e molto maleducati che ne sono responsabili.
La settimana giunge al termine e il venerdì vedo comparire sopra quell’ammasso di rumenta un cartello scritto in pennarello azzurro che recita: “Dirvi che fate schifo è un complimento (perfettamente d’accordo), probabile che casa vostra sia la fotografia della spazzatura che buttate (probabile, ma potrebbe essere vero anche il contrario, in fondo se non è casa mia…chi se ne importa?!). Reietti della società”.
Potrei obiettare solo su questa aggettivazione finale un po’ forte, ma semplicemente perché il guaio sta proprio nel fatto che il responsabile di quell’accumulo di spazzatura temo sia tutt’altro che escluso dalla società civile, purtroppo. E mi domando: ma io devo condividere l’ossigeno con certa gente? Il fatto che sì, io debba farlo, mi infastidisce alquanto poiché qui si tratta non solo di ignoranza civile, di mancanza di responsabilità collettiva, ma anche di maleducazione, menefreghismo e di quell’arroganza che fa pensare di essere superiore a tutti, tanto nessuno mi potrà sanzionare e qualcuno che risolverà il problema ci sarà sempre.
Infatti, la settimana dopo il tutto sparisce, cartello compreso, ma questa è la vera malattia del nostro secolo, quella che può portarci alla rovina, poiché alla base di questo atteggiamento si trova proprio l’assoluta ignoranza di quanto dipendiamo gli uni dagli altri e siamo interconnessi con il pianeta che abitiamo.
Degrado e sporcizia prenderanno presto il nostro posto, ma prima dovremo viverci in mezzo: esagerata? Catastrofista? Non credo, anzi, ho sempre avuto fiducia nel genere umano ma ora proprio non ci riesco più, nemmeno a fronte della spiegazione scientifica data dalla Teoria delle finestre rotte (1982), secondo la quale il disordine umano e il vandalismo in generale sarebbero in grado di generare ulteriori comportamenti antisociali. Così una finestra rotta tenderebbe a generare fenomeni di emulazione a rompere altri vetri, un cassonetto o un lampione dando inizio a una spirale di degrado sociale, come se quella singola finestra rotta desse il permesso a ripetere atti similari: l’ha già fatto qualcun altro, non ho iniziato io, non ho colpa, che è sempre di altri. Al contrario, mantenere e controllare l’ambiente cittadino contenendo gli atti vandalici, la deturpazione dei luoghi, ma anche la sosta selvaggia, ad esempio, e soprattutto sanzionando chi non rispetta le regole che garantiscono la convivenza, contribuirebbe a creare un clima di ordine e legalità, riducendo il rischio di crimini più gravi, ma primariamente rendendo l’ambiente che abitiamo più confortevole e sano per la nostra salute. 
Certo, questo è solo un modo per leggere il fenomeno, non per giustificarlo, anzi, ne resta la condanna totale, ma proviamo a soffermarci e pensiamo al mondo che vorremmo ma, soprattutto, riflettiamo su cosa noi possiamo fare per il mondo che abitiamo ora, che è la nostra casa. Se vogliamo che continui a ospitarci.

L’ammasso di rifiuti novesi


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Daria Ubaldeschi

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