Senato: segnali lampanti di un declino (non troppo) lontano

Ho appreso stamattina che, alle imminenti elezioni, anche i diciottenni potranno votare per l’elezione del Senato. Ho provato delusione, ma anche sorpresa – di quelle amare e cocenti – dal momento che non ne sapevo nulla (e qua ci sarebbe materiale per un altro articolo…). Delusione nonostante i miei vent’anni d’età. Delusione perché è un altro passo verso la disintegrazione dell’istituzione senatoria. La spiegazione di questa mia posizione si trova nell’etimologia: la parola “senato” deriva dal termine latino “senex”, che significa “anziano”. Perciò, nell’intenzione di Romolo il senato doveva essere un organo istituzionale costituito dagli anziani della tribù, stante la concezione antica (sic!) per la quale gli anziani sono persone di maggior esperienza e, dunque, più sagge. Ne deriva quindi che il senato romano, nella storia di Roma, ebbe un ruolo centrale, e potè vantarsi di prerogative importanti. Così anche nelle epoche successive. Certo, non tutto oro è ciò che luccica: nella storia si ascese allo scranno senatorio anche attraverso la violenza e la corruzione, ma sarebbe demagogia pura sfruttare questi fatti per screditare l’intera istituzione.

Appare dunque chiaro il motivo dell’(ex) limite dei venticinque anni d’età. E appare anche lampante il motivo della sua abrogazione. Trattasi di una questione moderna, e tuttavia attuale ormai da centinaia di anni: la questione dei diritti. Gli estensori di tale riforma avranno visto in quella norma una limitazione dei diritti. Se non fosse che, l’introduzione del diritto di voto dai diciotto anni per il Senato, priva i giovani di un’altra necessità, di un diritto di valore ben superiore: la fase dell’inizio della formazione personale, la terra ultima della beata ignoranza giovanile, il leggero periodo in cui si ride e ci si libera delle goffaggini adolescenziali e si muovono i primi passi nel mondo degli adulti. Una fase che va proprio dai diciotto ai venticinque anni. Succede, in questo lasso di tempo, che si finisca il ciclo universitario, che si entri nel mondo del lavoro: esperienze tali da sancire, ora sì, il diritto di esprimere una preferenza per la (non a caso) “camera alta”. 

Un provvedimento simile, che si inserisce nel solco tracciato dalla più ambiziosa ed aberrante riforma proposta dal governo Renzi nel 2016, dimostra l’appiattimento della sinistra su tematiche che hanno deciso, senza ben fornircene una ragione, di recidere ogni legame con la Storia e con la Tradizione, senza tuttavia tracciare nuovi paradigmi per il futuro (non possono farlo perché un futuro non lo hanno, dal momento che non si contempla un post senza un ante). Visto questo bagaglio culturale (?) è un eufemismo definire pretenziosa la convinzione di essere l’unica parte politica legittimata a governare. Sulla sponda opposta non c’è di certo un miglior clima! La destra, infatti, è tristemente insensibile a questo argomento, schiacciata com’è sotto il peso delle proposte economiche “risolvi – tutto” quando non connivente con la sinistra stessa, come le volte in cui propone l’abolizione dei senatori a vita. Mala tempora currunt.



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Paolo da Novi

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