La paralisi degli emolumenti

Indubbiamente l’introduzione dell’euro nella comunità europea ha fatto fare più di un passo avanti nella direzione di unificare il vecchio continente in una unica organizzazione politica amministrativa. 
In attesa che questo prestigioso sogno si realizzi assistiamo, per il momento, ad un diverso sviluppo socio economico che penalizza la distribuzione della ricchezza sopratutto nel nostro Paese con l’aumento della differenza tra le classi.
Già l’introduzione della moneta unica avvenne con un tasso di scambio nettamente sfavorevole, penalizzandoci e non poco: basti ricordare che all’epoca un marco tedesco era valutato mille delle nostre lire, nel cambio venne considerato a duemila.
Non è stato mai dato una convincente spiegazione del perché le nostre Autorità accettarono un cambio così sfavorevole o forse non volevano far capire la classica furbizia tutta nostrana, di svalutare con un colpo di genio il nostro debito.
Un tendenza quella della furbizia che trova continuazione nell’elargizione degli emolumenti dei lavoratori e dei pensionati mentre di tutt’altro consistenza è la condizione del commercio che ha prontamente adeguato i valori delle merci, ivi compresi i generi di prima necessità e gli abbonamenti, le cosi dette bollette.

Prendiamo a riferimento l’ultimo ventennio: le pensioni e la buste paga dei dipendenti sono diminuiti di circa il tre per cento mentre nella Francia sono aumentati del 31% , in Germania del 33% e negli Stati Uniti addirittura vicina al 50%. Un divario abissale, senza contare la diminuzione ad arte delle garanzie contrattuali dei lavoratori. 
Ci voleva un presidente del consiglio del Partito Democratico per attuarlo e questo è tutto dire, su una formazione politica che ha perso i suoi riferimenti storici ed ancora brancola nell’incertezza.
Nel contempo ciò che è necessario per la vita di tutti i giorni ha subito un aumento strisciante anche se contenuto, fatto eccezione delle imposte locali che si sono accanite sulle tariffe e sulla tassazione degli immobili con il risultato di farne letteralmente crollare il valore e di conseguenza il mercato immobiliare. Possedere degli immobili è diventato una problematica negativa, indipendentemente che produca o meno un reddito reale. Se poi consideriamo la locazione, il proprietario si viene a trovare e, non di rado, in una situazione che definirla assurda è un eufemismo: viene preso tra una giustizia permissiva ed un locatore disonesto. Quest’ultimo può far valere tutta una giurisdizione che guarda con attenzione alle sue ragione , anche se viene meno ai doveri contrattuali e meno riguardo alle ragioni del locatario. La classica giustizia del buonismo.
Ma in quest’ultimo anno , proprio in questo periodo, per ragioni ancora tutte da chiarire, si è determinato un aumento stratosferico delle cosi dette bollette che hanno subito un’impennata improvvisa che forse non s’era mai visto; incrementate in modo esponenziale, come pure i carburanti per la locomozione civile e naturalmente, subito a ruota seguiti dall’ingordigia commerciale.

Gli emolumenti dei dipendenti? Fermi ai vent’anni precedenti! E memo male che al governo sono stati chiamati a farne parte i migliori elementi possibili, mentre i parlamentari sono affaccendati in faccende da stadio.
Se questa condizioni persistono, è facile immaginare lo scivolamento verso la povertà di quella parte di popolazione che non può attingere alle necessarie risorse per sostenersi e le rassicurazione di stanziamenti del governo, per soccorrerli è la solita presa in giro per far digerire il rospo, classico! “Se non ce la fai ti do un contributo, è già stato stanziato tot”., si dichiara con enfasi, ma Intanto devi cominciare a provare che non ce la fai, ti devi mortificare facendo la spola delle sette chiese e sbandierare la tua condizione di bisogno. Se hai orgoglio e dignità rinunci e ti adegui con rassegnato decoro, se invece sei un furbastro ne approfitti.
Classico incitamento all’arrangiarsi all’Italiana per giunta incoraggiato dalle istituzioni salvo poi venire criminalizzati se scoperti.
Questo sistema è congeniale per soggiogare il ceto medio basso e mantenerlo in una condizione di instabilità, con il timore e l’incertezza dello spauracchio della povertà che incalza, per spremerlo al di la delle possibilità e spingerlo a produrre sempre di più fino al crollo definitivo. Da questo concetto nasce la negazione delle misure di sussistenza come il reddito di cittadinanza, il salario minimo e quant’altro che sono una forma di barriera protetiva.
D’altra parte assistiamo ad una legislazione differita a salvaguardia della posizione per la classe dirigente che viene protetta con leggi ad hoc: una diversa elargizione di pensione, privilegi a go go, trattamento economico offensivamente generoso (unico in Europa), trattamento sanitario differenziato, condizione bancarie vergognosamente favorevoli, appositamente adeguate e congegnate per loro.
Quando non vengono eletti, salta fuori subito una sistemazione a compensazione, a dirigere in modo figurativo qualche ente con appannaggio da sogno.
Con queste condizioni sono perennemente inglobati nel conflitto d’interessi con il mandato elettivo, ed anche il più onesto si guarda bene dal modificare uno status vivendi che lo vedrebbe scendere nella plebe ordinaria per cui sono incanalati in un percorso volutamente obbligato ed inamovibile. Se a qualcuno venisse qualche strana idea, verrebbe immediatamente isolato. D’altronde nessuno rinuncia a privilegi da sogno e sono ricattabili dallo stesso potere che rappresentano, in un certo senso è un sottile modo per placare eventuali sensi di colpa, se mai qualcuno possa avvertirne.
Pensiamo come si comporterebbero se le leggi li assoggettassero alle stesse misura dei comuni cittadini? Guardiamo solo al caso pensioni: ci sarebbe questa babele che da qualche anno ci propongono se anche loro verrebbero assoggettate allo stesso metodo? Sicuramente ci penserebbero con molta ma molta attenzione. Provate a pensare come si comporterebbero, dovrebbe essere una normalità, se venissero versati anche i loro contributi nelle casse comune dell’INPS per il periodo in carica, contributi che dovrebbero sommarsi agli altri per precedente attività e solo al raggiunto del limite dell’età pensionabile prendere il dovuto sulla base contributiva accantonato? Altro che pensione per una legislatura da deputato, un’altra per consigliere regionale, altre ancora per attività professionali, magari svolte solo in modo figurativo, Sono certo che il trattamento generale sarebbe più equo ordinato e stabile, così come tutte le altre forme assistenziale: sanità, servizi bancari, tariffe etc. 
Infine la ciliegina è rappresentata dai sindacati che vanno in escandescenza per un po’ di rumore fatto nella loro sede abusivamente e mobilitano migliaia di persone ma, silenti sulle grandi problematiche in punto diritti di coloro che dicono di rappresentare: licenziamenti di massa, salario equo , privilegi etc. C’è da chiedersi: chi e cosa rappresentano? 



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Francesco Giannattasio

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