Giù le mani dal Presepe!

Non so se vale per le nuove generazioni, ma per me la cosa più bella del Natale è il presepe. Mi ricorda la mia infanzia e mia nonna che mi portava a notte fonda alla messa di natale a Valentano, un paese sulle colline che circondano il lago di Bolsena, a 550 metri di altitudine. Era freddo, l’aria profumava di legna bruciata nelle stufe e nei camini. Arrivava dalle case anche l’odore di dolci delle feste.

Il “serpente” tra tutti era il più buono. Una sfoglia dolce che arrotolava frutta secca, miele, con noce moscata, cannella. Assomiglia allo “sfratto”, un dolce ebraico di un altro paese vicino: Pitigliano, la Gerusalemme d’Italia. Prende questo nome perché assomigliava al bastone con cui si bussava alle loro porte per cacciarli. Non mancavano certo di autoironia!

Nella chiese dei frati c’era un presepe bellissimo di statue più grandi del solito. Nei giorni precedenti avevamo tirato fuori le statuine dalle cassette e le avevamo disposte su un tavolo che per l’occasione si allargava ulteriormente con delle tavole. Si creavano paesaggi di cartone con il muschio vero, raccolto nei boschi intorno al paese. Il muschio ha un profumo particolare, rievocativo di folletti e dei segreti delle fiabe.

Il presepe rifugge dal consumismo dei regali per forza, è un rito dell’intimità, dove la rappresentazione religiosa sfuma, passa in secondo piano. È il rito di voci sussurrate, di immagini tenere: il pastore, gli agnelli, il mulino, l’uomo che dorme, la lavandaia e poi arrivano in mezzo alla neve di cotone i Re Magi sui cammelli con il loro movimento lento ed elegante solo immaginato. 

Non vorrei che anche quest’anno gli zeloti della tolleranza ci spiegassero che non bisogna fare il presepe perchè offende chi non ha le stesse convinzioni religiose. Credo che nelle scuole questo già succeda. Anziché proibirlo, si accolgano e si rappresentino anche le usanze delle altre religioni. Ai ragazzi non può che giovare conoscere le diverse sensibilità

Per tutti i bambini è un incanto, la messa in scena di una fiaba. Ma chi di noi si soffermava a pensare che quell’esserino deposto nella mangiatoia fosse parte della Divina Trinità?

Il presepe è una fiaba, è una parabola. La potenza universale di quel bambino, nudo, povero, con genitori randagi, sta nella sua debolezza. Il divino sta nel suo essere bambino, come tutti i bambini del mondo che quando piangono parlano la stessa lingua, o se si vuole parlano tutte le centinaia di lingue esistenti sulla terra e tutte alle stesso modo si comprendono. E’ chiaro cosa dicono: chiedono aiuto. 

È una fiaba che può essere compresa da musulmani, buddisti, ebrei, basta non imporla come verità di fede. Del resto a me capita di citare massime di Maometto o di Budda o frasi della Bibbia, eppure sono un miscredente. Non ho la fortuna di credere a qualunque forma di Aldilà e di Dio. Se non nella sacralità della persona e della sua dignità che deve essere riconosciuta in egual misura in tutti gli esseri umani. 

Il presepe è uno straordinario messaggio di pace e di tolleranza, è il prodigio della vita che sboccia ovunque anche nelle condizioni peggiori. Che sboccia assieme a tanta morte anche a Gaza, a Tel Aviv a Kiev. 
Il presepe è la rappresentazione del calore umano, del tepore di una comunità che si raccoglie attorno a un neonato.

Ricordate la scena finale del libro di Guareschi: Don Camillo e Peppone?
Il sindaco comunista che pensa di essere stalinista- anche se porta i baffoni del dittatore in realtà è il suo contrario- va a casa del prete. È amareggiato, arrabbiato per ciò che sta succedendo in paese: si è arrivati a spararsi gli uni contro gli altri, nessuno si fida più di nessuno. Don Camillo sta scartando gli oggetti del presepe, perché il Natale si avvicina. Fa finta di ascoltarlo distrattamente. E gli rifila la statuina più importante per fargliela pulire: il Bambin Gesù.

Peppone ha due mani che sembrano badili, dita tanto grosse che non riescono neanche a piegarsi del tutto, ma se volete mettere a posto la più piccola vitina di un orologio dovete rivolgervi a lui. Con il pennellino prima ripassa le piccole labbra rosse e poi il corpicino rosa. Quel gesso dentro le sue mani scure – scrive l’autore- sembra risplendere. Non ha ricevuto alcuna risposta dal prete, ma lui esce rasserenato e pensa a suo figlio che sta studiando a memoria la poesia di Natale. Si commuove e dice che anche quando si farà lo stato proletario la poesia non bisogna abolirla e poi aggiunge – per un riflesso condizionato- “anzi bisogna renderla obbligatoria”. Ecco il presepe, la natività, il suo paesaggio umano è una poesia, che non bisogna rendere obbligatoria, ma che non può essere vietata perché non offende nessuno. 

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Mauro D'Ascenzi

Un commento su “Giù le mani dal Presepe!

  1. Bello il racconto. Offre una visione commovente e nostalgica del Natale, intrecciando ricordi personali con riflessioni più ampie sulla natura del presepe e del suo significato culturale e religioso.

    Hai evocato ricordi d’infanzia legati al Natale, che arricchiti da dettagli sensoriali come il freddo, l’odore di legna bruciata e di dolci natalizi, creano una forte immagine del Natale tradizionale e delle sue radici profonde nella cultura e nelle tradizioni locali.

    La descrizione del presepe è particolarmente toccante. Ne hai esaltato la bellezza e l’importanza come elemento centrale delle celebrazioni natalizie, sottolineando come, al di là del suo significato religioso, rappresenti un elemento di connessione comunitaria e di ricchezza culturale. Lo hai presentato come un antitesi al consumismo, un simbolo di intimità e tradizione che sopravvive in un’era moderna spesso disconnessa dalle sue radici.

    Bello anche il collegamento con il tema della tolleranza religiosa e culturale. Ti sei espresso contro l’idea di abolire il presepe in nome della tolleranza, proponendo invece di includere e rappresentare le tradizioni di altre religioni. Questo approccio riflette un importante messaggio inclusivo e di comprensione reciproca in un mondo sempre più multiculturale.

    Hai concluso con un riferimento a “Don Camillo e Peppone”, un classico della letteratura italiana che simboleggia la riconciliazione e l’unione nonostante le differenze ideologiche.

    In sintesi sei riuscito a trasmettere un senso di calore e di intimità che è intrinseco nella tradizione del Natale, celebrando allo stesso tempo la diversità e l’inclusione. Bravo!

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