Si è svolta davanti a un numeroso la cerimonia di omaggio a Teresina Repetto, prima donna ad essere eletta consigliere comunale e quindi Assessore a Novi Ligure, nel lontano 1946. La cerimonia si è svolta in due momenti: prima nella sala del consiglio comunale, dove davanti ad un folto pubblico, e alcuni congiunti della donna, stata ricordata la figura della donna scomparsa nel 1990. Dopo la cerimonia in comune, ci si è recati in via Trieste, dove Teresina Repetto ha abitato e dove è stata scoperta una targa commemorativa.

Alla cerimonia in comune hanno partecipato la presidente della consulta pari opportunità Lucina Alice, Il sindaco Muliere, l’assessore Hasbane e la presidente del consiglio comunale Teresa Mantero. La figura di Teresina è stata ricordata da Laura Robbiano e Mariangela Basaluzzo. L’iniziativa ha voluto onorare una donna che ha trasformato una storia personale di resilienza in un coraggioso impegno civile al servizio della comunità. 

Di seguito, il discorso che è stato pronunciato da Teresa Mantero.


Teresa Mantero

Buongiorno a tutte e a tutti,
siamo qui, in questa sala, per ricordare una donna che nella sala consiliare cittadina ha scritto una pagina di storia.
La storia di Teresina Repetto l’abbiamo appena sentita raccontare da chi ha dedicato mesi di ricerca e di cura per riportarla alla luce, e che desidero ringraziare.
Vorrei invece cogliere questa occasione — così significativa — per condividere con voi una riflessione.
Non siamo qui a celebrare semplicemente una brava amministratrice o una persona di valore. Siamo qui perché fu la prima. E questo fatto — che all’epoca fu una conquista straordinaria — ci invita a domandarci, con onestà, quanta strada sia stata percorsa da allora e quanta ne resti ancora da fare.
Ottant’anni sono passati da quando Teresina Repetto sedette per la prima volta in quest’aula. Ottant’anni di diritti conquistati, di leggi scritte, di principi affermati nelle carte costituzionali e nelle convenzioni internazionali. Eppure, se guardiamo i dati con attenzione, dobbiamo riconoscere che la parità di cui parliamo è ancora, troppo spesso, una parità formale più che sostanziale.

In Italia, a parità di ruolo e di competenze, una donna guadagna mediamente tra il 10 e il 20% in meno di un uomo.
Le donne sono sovrarappresentate nei contratti part-time — spesso non per libera scelta, ma per necessità dettate da un sistema che non offre alternative adeguate — e sottorappresentate nei ruoli apicali delle imprese, nelle istituzioni, nel mondo accademico. A questo si intreccia un secondo squilibrio, altrettanto profondo: quello del lavoro di cura.

Le donne dedicano in media quasi il doppio del tempo degli uomini alla cura dei figli, degli anziani e dei malati. Un lavoro enorme, indispensabile per la tenuta della società, che però rimane largamente invisibile nelle statistiche economiche e nelle politiche pubbliche. E che si traduce, concretamente, in carriere penalizzate, contributi mancanti e pensioni più basse.

Su questo sfondo si inserisce la discussione, tuttora aperta, sul congedo parentale paritario. Il 24 febbraio scorso la Commissione Bilancio della Camera ha bocciato la proposta di legge presentata unitariamente dalle forze di opposizione, che prevedeva cinque mesi di congedo retribuito riconosciuti in egual misura a entrambi i genitori. Le ragioni addotte sono state di ordine finanziario, ed è legittimo che il Parlamento valuti le coperture.

Resta però aperta una domanda più ampia: quale valore attribuiamo, come società, a una distribuzione più equa del lavoro di cura? È una domanda che il dibattito istituzionale non può permettersi di eludere.

C’è poi un fronte su cui l’urgenza non ammette rinvii: quello della violenza di genere. I centri antiviolenza sono spesso l’unico presidio concreto per le donne che trovano il coraggio di chiedere aiuto. È necessario che questi presidi possano contare su risorse stabili e adeguate, a tutti i livelli istituzionali. È una responsabilità che riguarda anche noi.

Nelle ultime settimane il Parlamento ha discusso la riforma della legge sulla violenza sessuale, affrontando un nodo delicato: il ruolo del consenso nella definizione giuridica del reato. La proposta originaria intendeva allineare l’Italia agli standard europei più avanzati, ponendo il consenso esplicito al centro della fattispecie. Nel percorso parlamentare il testo ha subito modifiche significative. Al di là delle formulazioni tecniche e giuridiche, ciò che conta è la direzione culturale: quella di una società in cui il rispetto dell’altro sia un punto di partenza, non un’eccezione da dimostrare.

Teresina Repetto

Ed è proprio qui che i dati più recenti ci impongono una riflessione seria e, permettetemi di dirlo, preoccupante. Pochi giorni fa, il 26 febbraio scorso, il CNR ha pubblicato i primi risultati del progetto MiB, condotto su oltre 3.000 studenti di prima superiore a Roma.

I numeri parlano chiaro: nel 2025 il 62,3% degli adolescenti mostra un’adesione medio-alta agli stereotipi di genere. Tra i ragazzi maschi questa percentuale sale al 79%; tra le ragazze si ferma al 40%, un dato comunque tutt’altro che trascurabile. Ma il dato che colpisce di più è il confronto con il passato.

Nel 2022 la stessa équipe di ricerca aveva rilevato un’adesione medio-alta agli stereotipi del 37,9%. In soli tre anni siamo passati dal 37,9 al 62,3%. Gli stereotipi di genere tra i nostri adolescenti non stanno diminuendo: stanno aumentando.

Cosa ci dicono questi stereotipi, nel concreto? Che quasi la metà dei quattordicenni intervistati associa ancora agli uomini ruoli come comandare, guidare, fare lo scienziato, guadagnare; e che oltre un terzo associa alle donne cucinare, pulire, occuparsi dei figli. Modelli che sembravano destinati a sbiadire e che invece si stanno consolidando.

Tutto questo ci riporta a un punto che non possiamo continuare a rimandare: in Italia l’educazione alle relazioni, agli stereotipi e al rispetto di genere non è parte sistematica dei curricula scolastici, ma è spesso lasciata alla buona volontà degli insegnanti e continua a incontrare resistenze.

In questo vuoto, la socializzazione degli adolescenti passa sempre più attraverso i social network, le piattaforme digitali e i gruppi dei pari. Gli stereotipi non si dissolvono con il tempo: si trasmettono, si aggiornano e talvolta si rafforzano.

Per questo non basta sperare che le nuove generazioni siano naturalmente più libere. Serve — come indicano gli stessi ricercatori del CNR — un lavoro educativo intenzionale e continuo: al pensiero critico, alle relazioni, al consenso, alla gestione dei conflitti, al rispetto reciproco.

Un lavoro che coinvolga la scuola, le famiglie e le istituzioni locali. Tutti insieme.

Siamo qui oggi per onorare Teresina Repetto. E il modo più autentico per farlo non è soltanto ricordarla: è tenere vivo lo spirito che la animava — quello di chi non si accontenta della strada percorsa, ma continua a guardare avanti. Lei trasformò il dolore in impegno civile. Prese la strada disponibile, per quanto stretta, e la percorse con determinazione e gentilezza.

Noi quella strada l’abbiamo allargata, in ottant’anni. Ma il cammino non è concluso. E i dati che abbiamo citato oggi ci ricordano che non possiamo permetterci né la distrazione né l’autocompiacimento.

Come uomini e donne delle istituzioni, ma anche come cittadini, abbiamo il dovere di non smettere di camminare.

Ti è piaciuto questo articolo? Offrici un caffè con Ko-Fi

Segui il moscone su Telegram per ricevere una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo articolo https://t.me/ilmoscone

Visited 1 times, 1 visit(s) today

Di Moscone

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com

Contact Us