Oggi è il Primo Maggio e non è solo una festa: è memoria, lotta, dignità. Nasce negli Stati Uniti nel 1886 con lo sciopero per le otto ore. In Italia arriva nel 1891. Viene cancella dal fascismo e riconquistata con la Liberazione. Da allora vive nelle piazze, nelle bandiere rosse, nelle battaglie delle lavoratrici e dei lavoratori. Perché il lavoro non è una merce: è libertà, diritti e futuro.
Oggi mentre milioni di persone ricordano e rivendicano la dignità, sicurezza e salario, il governo Meloni risponde con l’ennesima operazione di marketing politico. Un decreto piccolo, insufficiente, costruito per occupare le prime pagine più che per cambiare davvero la condizione materiale di chi lavora. Ancora una volta, la destra dimostra di avere ben chiaro da che parte stare: non dalla parte di chi produce la ricchezza del Paese, ma di chi la accumula.
Si annunciano misure dal nome altisonante, si confezionano bonus e sgravi, si distribuiscono incentivi alle imprese, e si chiede ai lavoratori di accontentarsi delle briciole. Questa volta tocca alle Zone Economiche Speciali e alle assunzioni di donne e giovani sotto i trentacinque anni, quasi un miliardo di euro regalato alle aziende, senza vincoli seri, senza garanzie sulla qualità dell’occupazione, senza alcuna certezza che quei soldi si traducano in posti di lavoro stabili e ben retribuiti.
Persino sul tema dei salari il governo ha rischiato di compiere un vero e proprio scempio, la cancellazione della retroattività degli aumenti contrattuali che è una scelta precisa, di classe. Significa premiare quelle imprese che ritardano i rinnovi, che lucrano sulla perdita di potere d’acquisto dei lavoratori, che trasformano l’inflazione in un ulteriore strumento di redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto. Altro che merito: qui si premia chi sfrutta meglio.
Sui rider, il governo arriva con anni di ritardo, trascinato dalle sentenze dei tribunali e dalle lotte dei lavoratori. Non c’è nulla di spontaneo in questo riconoscimento. È la dimostrazione che i diritti non vengono concessi dai governi conservatori: vengono conquistati con l’organizzazione, il conflitto, la mobilitazione.
Il nodo centrale, però, resta accuratamente rimosso. Il governo continua a rifiutare il salario minimo legale perché sa benissimo che significherebbe intaccare il modello economico su cui si regge una parte consistente del capitalismo italiano: bassi salari, precarietà diffusa, competizione al ribasso, sfruttamento sistematico.
In Italia milioni di persone lavorano e restano povere. Giovani, donne, lavoratori del commercio, della logistica, dei servizi. Intere generazioni costrette a scegliere tra precarietà e emigrazione. Questa è la vera emergenza nazionale, e la signorina Meloni la ignora scientemente.
Per questo serve una misura netta, chiara, non negoziabile: un salario minimo legale di almeno 12 euro l’ora, indicizzato all’inflazione. Non una concessione, ma un diritto elementare. Non un favore, ma l’applicazione concreta dell’articolo 36 della Costituzione, che garantisce a ogni lavoratore una retribuzione sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa.
Un Paese moderno non compete sullo sfruttamento, ma sulla qualità, sulla ricerca, sulla produttività, sulla giustizia sociale.
Il governo di centrodestra non vuole affrontare questa sfida, perché significherebbe rompere con gli interessi che rappresenta. Preferisce distribuire sussidi alle imprese e raccontare che il mercato, da solo, risolverà tutto. Ma il mercato, senza regole e senza diritti, produce solo disuguaglianza.
Il lavoro non ha bisogno di propaganda. Ha bisogno di salario, stabilità, diritti, sicurezza. Ha bisogno di una politica che torni a scegliere da che parte stare.
Noi quella scelta l’abbiamo fatta da sempre: dalla parte di chi lavora, non di chi sfrutta.
Robbiano Laura PRC 

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