Dopo un maxi-sbarco a Lampedusa, Austria e Slovenia ripristinano i controlli alle frontiere. Verifiche anche da Germania, Ungheria e Repubblica Ceca. La decisione è arrivata nella notte, poche ore dopo un nuovo maxi-sbarco a Lampedusa. Migliaia di persone, partite dalle coste della Libia e della Tunisia, avrebbero raggiunto l’isola nel giro di poche ore, riportando ancora una volta al limite il sistema italiano di accoglienza.

L’Austria ha rafforzato i controlli al Brennero. La Slovenia ha disposto verifiche sistematiche ai valichi con il Friuli-Venezia Giulia. Poi si sono aggiunte Germania, Ungheria e Repubblica Ceca. Non confinano con l’Italia, è vero. Ma nemmeno l’Italia confina con la Spagna.

I governi coinvolti hanno spiegato di non avere nulla contro l’Italia, ma è evidente che il governo italiano non ha fatto quanto avrebbe dovuto per evitare questo problema. Si tratterebbe soltanto di una misura precauzionale, necessaria per impedire che una parte dei migranti sbarcati a Lampedusa possa raggiungere il resto d’Europa.

Non risulta che lo stiano facendo.
Ma potrebbero.
E, da qualche giorno, il condizionale sembra essere diventato un posto di frontiera.

Il governo italiano ha protestato. Ha definito le misure sproporzionate, ha chiesto l’intervento della Commissione europea e ha ricordato che Lampedusa non è soltanto una frontiera italiana, ma una frontiera esterna dell’Unione.

Ha detto che gli sbarchi non possono essere scaricati sul Paese di primo ingresso, invocando solidarietà e accusando gli altri governi di approfittare di una crisi migratoria per raccogliere qualche voto.

Tutto giusto.
La notizia, però, è falsa.
Non è vero che Austria e Slovenia abbiano chiuso le frontiere dopo un maxi-sbarco a Lampedusa.
Non è vero che Germania, Ungheria e Repubblica Ceca abbiano introdotto nuovi controlli contro chi arriva dall’Italia.
Non è vero nemmeno che ci sia stato il maxi-sbarco da cui sarebbe cominciato tutto.

È una notizia inventata.

Verosimile, certo. Lampedusa ha conosciuto molte volte l’arrivo di centinaia o migliaia di persone e accadrà ancora. Ma lo sbarco raccontato nelle prime righe di questo articolo non è avvenuto.
Almeno non ancora.

Quello che è successo davvero è che l’Italia ha adottato una misura molto simile nei confronti della Spagna.

Dopo l’ingresso di decine di migliaia di persone nell’enclave spagnola di Ceuta, provenienti dal Marocco, il governo italiano ha ripristinato per un mese alcuni controlli sugli arrivi dalla Spagna.
È giusto ricordarlo a chi è al governo: l’Italia non confina con la Spagna. Dai, la geografia serve, a volte.

Un precedente pericolosissimo proprio per l’Italia, uno dei Paesi maggiormente esposti agli arrivi lungo le rotte del Mediterraneo.
Abbiamo stabilito che, quando un Paese europeo subisce una forte pressione migratoria sulla propria frontiera esterna, gli altri possano rispondere reintroducendo controlli contro chi proviene da quello stesso Paese.

Non aiutandolo, magari con una politica migratoria comunitaria e condividendo le responsabilità, ma proteggendosi da lui.
Perché il prossimo grande sbarco potrebbe avvenire davvero a Lampedusa. E quando accadrà, quale argomento impedirà agli altri governi europei di comportarsi esattamente come il nostro?

Ma la solidarietà ha un piccolo difetto: per poterla pretendere, bisogna essere disposti a offrirla.
C’è poi un particolare che rende la scelta italiana ancora più incomprensibile.
La Spagna questa crisi l’ha gestita, e pare anche bene.

Ha organizzato rapidamente il ritorno della grande maggioranza delle persone entrate a Ceuta. Ha ripreso il controllo della frontiera e ha impedito che si producesse uno spostamento di massa verso il continente europeo.

La Spagna ha fatto, nella sostanza, ciò che la destra italiana, e in generale la destra, sostiene da anni di voler fare: controllare la frontiera e procedere rapidamente con i rientri.

Non bisogna essere sostenitori di Pedro Sánchez per riconoscerlo.
Mentre Madrid gestiva un flusso reale, un’emergenza, Roma si proteggeva da un flusso fantasioso.
Gli spagnoli organizzavano i rientri.
Noi organizzavamo la propaganda.
Loro affrontavano una crisi.
Noi cercavamo un titolo.

Rimane da capire come sia stato possibile che decine di migliaia di persone raggiungessero quasi nello stesso momento la frontiera di Ceuta.
Molte tentarono di entrare via mare, nuotando intorno alle barriere costiere. Altre riuscirono a passare via terra o a superare le recinzioni.
A spingerle contribuirono anche informazioni false diffuse sui social: si era sparsa la voce che la Spagna avesse temporaneamente aperto la frontiera.

Non era vero.

Ma per chi non possiede quasi nulla, una notizia falsa può sembrare più credibile della realtà. Soprattutto quando promette l’unica cosa che la realtà continua a negare: una via d’uscita.
Non esistono prove definitive di una regia politica dietro quella mobilitazione e sarebbe scorretto presentarla come un fatto accertato.

Ma non si può nemmeno escludere una longa manus.
Potrebbero avere agito reti criminali. Potrebbe esserci stata una pressione politica indiretta. Qualcuno potrebbe avere semplicemente lasciato circolare quelle false informazioni e allentato i controlli, per ricordare alla Spagna e all’Europa quanto dipendano dalla collaborazione del Marocco.

Non sappiamo chi abbia acceso la miccia.
Sappiamo chi ne ha pagato il prezzo.
Persone disperate, alcune delle quali sono morte cercando di attraversare il mare perché qualcuno aveva fatto credere loro che, per qualche ora, la porta dell’Europa fosse rimasta aperta.
Dentro questa storia c’è anche la contraddizione dei nazionalismi europei.

Nella notizia falsa iniziale ho scelto volutamente anche Paesi guidati da governi conservatori, di destra e di centrodestra.
Governi politicamente vicini alla nostra Prima Ministra, alla Giorgia nazionale.
Le destre europee amano fotografarsi insieme. Partecipano agli stessi incontri, si definiscono patrioti e promettono un’Europa delle nazioni, nella quale ogni popolo possa finalmente pensare prima a se stesso.

Il problema è che ogni nazione dispone di un solo primo posto.
“Prima gli italiani” funziona perfettamente finché non incontra “prima gli austriaci”.
A quel punto qualcuno deve mettersi in coda.
Un governo austriaco penserà all’Austria. Quello sloveno alla Slovenia. Quello ungherese all’Ungheria.
Anche quando questo significherà chiudere la porta in faccia a un governo italiano politicamente affine.

Il nazionalismo non crea solidarietà tra nazioni.
Crea tanti egoismi nazionali che si stringono la mano durante i convegni e si chiudono la porta alla frontiera.
Il “prima noi” degli altri contiene sempre un “dopo di voi” rivolto a noi.
Finché il conto lo paga qualcun altro, i patrioti possono andare d’accordo.
Quando il problema arriva alla dogana, ognuno torna alla propria patria.
E mentre la destra italiana continua a raccontarci che l’immigrazione sarebbe fuori controllo per colpa della sinistra, dei buonisti e possibilmente dei comunisti, rimane un piccolo particolare.
Una delle leggi fondamentali sulle quali continua a poggiare il sistema italiano dell’immigrazione si chiama Bossi-Fini.

Non Prodi-Fini, non D’Alema-Bossi, ma proprio Bossi-Fini.

È la legge numero 189 del 30 luglio 2002. Ha ventiquattro anni e modificò profondamente le regole italiane sull’immigrazione.
La Bossi-Fini rafforzò il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro e rese più rigido il sistema degli ingressi e delle espulsioni.
In pratica, per arrivare regolarmente in Italia, una persona deve spesso avere già trovato un lavoro in un Paese nel quale non può ancora entrare regolarmente.
Un meccanismo circolare: non puoi entrare senza un lavoro, ma difficilmente puoi trovare un lavoro senza essere già entrato.

Da allora la destra ha spesso governato e ha avuto maggioranze parlamentari.
Ha espresso presidenti del Consiglio e ministri dell’Interno.
Ha approvato decreti sicurezza, aumentato sanzioni, ridotto forme di protezione, attaccato le organizzazioni non governative e promesso blocchi navali.

Ma la Bossi-Fini è ancora lì.

E così la destra italiana piagnucola da oltre vent’anni per una legge fatta da loro: si lamenta del sistema che ha costruito e ne denuncia quotidianamente il fallimento.
E ogni volta torna al governo con l’espressione sorpresa di chi, entrando in casa, scopre che i mobili sono ancora esattamente dove li aveva lasciati.

Delle due, l’una.

O la Bossi-Fini funziona, e allora la destra dovrebbe smetterla di descrivere l’immigrazione come un’apocalisse quotidiana.
Oppure non funziona, e allora chi l’ha scritta, approvata, difesa e mantenuta in vita dovrebbe assumersene la responsabilità.
Non si può essere contemporaneamente gli autori del sistema e i suoi più indignati accusatori.

Nel frattempo, la Spagna ha affrontato una crisi reale e ha organizzato il ritorno della grande maggioranza delle persone entrate a Ceuta.

L’Italia ha affrontato un pericolo immaginario e ha creato un precedente pericoloso e concreto.
Un giorno quel precedente potrebbe essere utilizzato contro di noi.

Allora protesteremo.

Diremo che il Mediterraneo è una frontiera europea.
Diremo che gli sbarchi non possono essere lasciati sulle spalle dell’Italia.
Diremo che è colpa delle sinistre. Diremo che Schengen non può essere trasformato in uno strumento di propaganda e che non si abbandona un Paese europeo nel momento della difficoltà.
Avremo ragione.

Ma dall’altra parte della frontiera qualcuno potrà ricordarci quello che abbiamo fatto alla Spagna.
Prima gli italiani, avevamo detto.
Mai nessuno che abbia il coraggio di dire: “Prima l’Europa”?

Provo a essere ideologico per un secondo: mai nessuno che voglia dire “Prima gli esseri umani”?

Daniele Mascia

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