La storia infinita del Cit

La scorsa settimana, esattamente il giorno 12 gennaio, il Tribunale di Alessandria ha dichiarato il fallimento del C.I.T. (Consorzio Intercomunale Trasporti), azienda pubblica fino a poco tempo fa e recentemente privatizzata. 

La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno, e per chi, solo due mesi fa – leghisti novesi in testa – si era apprestato a cantar vittoria, è stata ben più di un fulmine a ciel sereno, ma una doccia fredda, anzi, gelata. E per i lavoratori del CIT, i quali, giustamente, avevano sperato in una definitiva conclusione del calvario che li ha visti protagonisti nella difesa del posto di lavoro, deve essersi trattato di un vero colpo al cuore. 

Non si vuole entrare nel merito delle considerazioni che hanno portato i Giudici a dichiarare il fallimento, non solo perché la sentenza finora conosciuta è di poche righe (ad essa, ovviamente, seguiranno le motivazioni), ma perché si crede fermamente che le cause debbano essere discusse nelle aule dei Tribunali e non sulle colonne dei giornali. 
Nei tre anni scorsi si sono succeduti vari proclami, poi smentiti dai fatti. Uno per tutti: l’aumento della tassa rifiuti, che i novesi hanno amaramente pagato. I proclami del centro-destra – dei leghisti in particolare – sostenevano la legittimità dell’aumento; ma poi si è assistito alla “marcia indietro”, consigliata da un consulente dello stesso centro-destra. 

Sul CIT, in particolare, i leghisti novesi – aprile 2022 – proclamavano gaudenti fosse stato scongiurato il fallimento, con relativa salvaguardia dei posti di lavoro; ma le cose non sono andate così.
Si tratta di una storia infinita, della quale non si vede, al momento, conclusione positiva e, soprattutto, definitiva: unire la salvaguardia degli occupati e mantenere il fondamentale servizio di trasporto pubblico. 

Infatti, lo si afferma con forza, il trasporto pubblico e collettivo garantisce ai dipendenti di raggiungere il posto di lavoro, e agli studenti i vari Istituti scolastici; per chi non possiede mezzi di trasporto privati, di raggiungere gli Uffici pubblici, l’Ospedale, o, più semplicemente, il mercato del giovedì a Novi.

Si provi solo ad immaginare cosa significherebbe la mancanza del trasporto pubblico collettivo: aumento delle spese per ogni singolo utente, che dovrebbe sostenere costi maggiori usando un mezzo di trasporto individuale (situazione ulteriormente aggravata dall’incremento del prezzo del carburante, che avrebbe dovuto essere calmierato, secondo la propaganda elettorale degli attuali governanti, mentre invece è salito per volontà dei medesimi). Significherebbe altresì un considerevole aumento del traffico veicolare privato, dei disagi per le famiglie, un conseguente aumento dei problemi di circolazione, di sicurezza stradale, nonché di inquinamento ambientale. Problemi, tutti, veramente seri.

Tali affermazioni non sono dettagli marginali: devono e, soprattutto, dovevano essere prese serissimamente in considerazione dagli amministratori che hanno gestito negli ultimi tre anni la questione. 
Al di là dei conti che devono quadrare, la politica dovrebbe sempre tener conto, innanzitutto, che dietro ad ogni atto burocratico e deliberativo ci sono persone, le quali possono patirne le conseguenze. 

Se il trasporto pubblico venisse a mancare, facilmente si comprende cosa potrebbe accadere; ne subirebbe conseguenze, ad esempio, il dipendente che, da Bosio, deve recarsi ogni giorno al lavoro; lo studente che, dalla Castagnola, deve frequentare un Istituto superiore di Novi; chi, da Tramontana, deve sottoporsi ad un esame specialistico in Ospedale; chi, banalmente, da Sorli desidera andare al mercato del giovedì o incontrare un vecchio compagno di scuola*.

Negli ultimi tre anni, invece, la vicenda CIT è rimasta impantanata in questioni che poco hanno a che vedere con le esigenze della collettività. 

La situazione dell’azienda era già preoccupante nel 2019, anno in cui sono saliti al potere coloro i quali volevano cambiare tutto. Naturalmente, gli elettori del centro-destra ci hanno creduto. Hanno sperato di aver riposto in buone mani il loro consenso, auspicando risultati che hanno tardato ad arrivare … ma tali elettori sono ancora lì ad attendere, come Vladimir ed Estragon, che aspettano Godot.

A proposito di ritardi e di risultati: si desidera ricordare che, nella primavera 2021, si era assistito ad un incredibile balletto in merito ad una delibera comunale relativa al CIT, che non aveva ottenuto il consenso dei tecnici (Segretario generale, Ragioniere capo, Revisori dei conti), i quali non ne avevano validato la legittimità, con alcuni Consiglieri di maggioranza (o presunta tale) in dissenso, sia silente che conclamato. Si tralascia di parlare degli strali al tempo pubblicamente rivolti in Consiglio comunale (che non è proprio come stare all’osteria) nei confronti dei tecnici, rei di fare il proprio lavoro.
E si ricordano altresì le proteste dei lavoratori CIT, i quali chiedevano, inascoltati, che in una eventuale gara per la privatizzazione dell’azienda fosse inserita una clausola per la garanzia dei posti di lavoro.
Intanto, il tempo è inesorabilmente trascorso. Il CIT è stato privatizzato e, malgrado il Tribunale avesse dato via libera al concordato per la continuità aziendale, ora ne ha dichiarato il fallimento; al momento, comunque, continuerà ad operare. Evidentemente, qualcosa non ha funzionato. E cosa accadrà, si vedrà.
Al momento si registra il significativo ed assordante silenzio politico di chi, precedentemente, emetteva comunicati a raffica, rilasciava interviste, inseriva post sui social (a volte, poi, smentiti dai fatti). Repetita iuvant: si tratta di silenzio politico, non di mancato commento alle determinazioni giuridiche.

Il Malalingua

*P.S.: a coloro che non conoscono le località citate e le relative distanze chilometriche necessarie per raggiungere Novi, si consiglia l’utilizzo di una vecchia carta geografica, o l’uso dei moderni siti internet. 

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