Giorno Secondo, Novella Quarta. Nella quale si racconta di come, in una città di pianura assai esperta nell’arte di cambiare tutto affinché nulla paia cambiato, un uomo integerrimo venisse lodato soprattutto dopo morto; e di come certi successori riescano a chiamare “continuità” perfino ciò che il predecessore avea accuratamente impedito.

Nella città di Paludazia viveva un notaio chiamato Ser Lucio, uomo di grande ingegno, d’animo vivace e di quella schiettezza sonora che faceva tremare gli sciocchi già dal tono della voce.

Egli governava una ricchissima Opera cittadina, dispensatrice di denari, protezioni, restauri e prestigio, ma avea sempre sostenuto che le istituzioni dovessero restare luoghi di equilibrio e non diventare ricovero per soldati di partito in cerca di pensione morale.

Era uomo difficile da piegare, non perché fosse freddo o superbo — ché anzi rideva volentieri, conversava con tutti e sapeva esser piacevole come pochi — ma perché possedeva quella rarissima combinazione che tanto inquieta i mediocri: intelligenza vera e libertà di spirito.

E quando parlava, con quel vocione da comandante di galea prestato ai codici notarili, molti fingevano di dissentire, ma quasi tutti ascoltavano.

Molti lo lodavano per questo.

Molti di più lo sopportavano.

Poiché nulla inquieta gli ambiziosi quanto un uomo brillante che non abbia bisogno di loro.

Or viveva allora in Paludazia Messer Arrabbiato, cavaliere assai pratico delle faccende terrene e tenuto in gran favore da un potente Capitano del Nord, signore abilissimo nel disfare inimicizie quando vi siano poltrone sufficientemente morbide da spartire.

Messer Arrabbiato desiderava entrare nel governo della detta Opera; ma Ser Lucio, pur senza mai offenderlo apertamente, avea sempre fatto sì che ciò non avvenisse.

Non per rancore personale, dicevano alcuni. Non per superbia, dicevano altri.

Ma perché il notaio riteneva che certi luoghi dovessero almeno tentare di sembrare indipendenti, anche in Italia, dove l’indipendenza è spesso considerata una bizzarria da idealisti o un difetto caratteriale.

Avvenne poi che, pochi giorni prima che una tristissima sorte si portasse via Ser Lucio, un foglio cittadino assai vicino agli amici del Capitano del Nord pubblicasse lunghissime riflessioni sulla necessità di mutare guida all’Opera e rinnovarne gli uomini.

Erano riflessioni tanto appassionate, insistite e tempestive che qualcuno osservò malignamente come certi articoli non sembrino scritti per raccontare gli eventi, ma per prepararne l’arredamento.

Poi Ser Lucio morì.

E la città ne fu sinceramente colpita, perché anche coloro che non l’amavano riconoscevano in lui una qualità ormai rarissima: non appariva mai in vendita.

Ne seguirono funerali solenni, commemorazioni elevate e parole così piene di stima che il defunto, se avesse potuto ascoltarle in vita, avrebbe probabilmente sospettato un complotto.

Ma il vero miracolo avvenne dopo.

Poiché i Guelfi Rossi e i Longobardi Verdi di Paludazia, che per anni avevano simulato d’essere inconciliabili come predicatori e usurai, improvvisamente si scoprirono concordi, moderati e perfino affettuosi gli uni verso gli altri.

E, con ammirevole armonia, elessero alla guida dell’Opera proprio Messer Arrabbiato, cioè colui che Ser Lucio avea più volte tenuto lontano da quel seggio.

La città rimase silenziosa per qualche giorno, come accade quando tutti comprendono perfettamente una cosa, ma fingono di non averla capita.

E infine il nuovo reggitore dichiarò pubblicamente di voler proseguire “nel segno della continuità” dell’opera del compianto notaio.

Udendo tali parole, molti cittadini alzarono lentamente gli occhi al cielo. Alcuni per devozione.

Altri per immaginare il povero Ser Lucio rivoltarsi nella tomba con tale energia da poter alimentare, da solo, l’illuminazione del palazzo dell’Opera. Tuttavia Paludazia era città prudente e nessuno rise troppo forte.

Solo da allora, nelle sere di nebbia, passando davanti alle finestre del gran palazzo, alcuni giurano di udire talvolta un rumore secco e ostinato, simile a quello d’un notaio che batta contrariato il sigillo sul tavolo.

E i più anziani, abbassando la voce, dicono: «Non temete. È soltanto Ser Lucio che continua a dissentire».

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