«Esiste una vera e propria “domanda di mafie”, fatta di imprese che cercano capitali, di professionisti che offrono competenze, di reti politiche ed economiche che traggono vantaggi, di soldi, di potere, di rapporti di collusione e corruzione». Questa frase è tratta dal rapporto «Non è altrove (Mafie, corruzione e responsabilità civica in Piemonte)», diffuso pochi giorni fa da Libera Piemonte.
La zona grigia dove si incontrano politici, imprenditori e mafie è sempre più affollata. Il caso Delmastro, probabilmente, è solo la punta di un iceberg e le mafie al Nord vengono viste, da alcuni, come un «piatto ricco mi ci ficco» in cui raccogliere voti e risorse.
Utile ricapitolare quanto è emerso un paio di giorni fa. Pare che esponenti di primo piano di Fratelli d’Italia, tra cui Elena Chiorino, vicepresidente della Regione Piemonte e Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia avessero costituito una società a Biella insieme a una ragazza appena diciottenne, Miriam Caroccia.
La società, Cinque Forchette srl, è proprietaria di un ristorante a Roma gestito da Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per intestazione fittizia aggravata dal favoreggiamento del clan dei Senese, espressione della camorra romana.
I quattro esponenti politici si difendono sostenendo di aver ceduto le quote non appena appreso il legame familiare della giovane con il prestanome di un boss. Una versione che, anche volendo accogliere con il massimo della buona fede, lascia aperti interrogativi difficili da ignorare.
Com’è possibile che una ragazza di 18 anni, senza un profilo pubblico rilevante, diventi socia di figure istituzionali di così alto livello? Quali canali relazionali hanno reso possibile questo incontro? E soprattutto: quali verifiche sono state effettuate prima di avviare un’operazione societaria che, per sua natura, richiede attenzione e trasparenza?
Non si tratta di colpevolezze penali — che spettano alla magistratura — ma di responsabilità politiche e culturali. È proprio nella superficialità, nella sottovalutazione dei contesti, nella mancanza di anticorpi che la «domanda di mafie» trova spazio e si alimenta.
Quanto accaduto a Biella non è un caso isolato. Anche a Novi, ad esempio, esiste una società — oggi in carico all’Agenzia nazionale dei beni confiscati — che operava nella ristorazione ed era intestata alla figlia di una persona oggi detenuta. Sono sempre più frequenti i casi di investimenti nel settore della ristorazione da parte di soggetti con ampie disponibilità economiche, in società con imprenditori formalmente irreprensibili.
Tutto si muove in una zona grigia, dove si fa finta di non vedere, dove non ci si pongono domande sulla provenienza dei capitali, dove la parola etica sembra scomparsa.
Le mafie, oggi, non bussano più alla porta con la lupara. Entrano con il sorriso, con i capitali, con relazioni apparentemente innocue. Trovano terreno fertile laddove il controllo si allenta, dove la convenienza prevale sulla prudenza, dove il potere si mescola senza filtri con l’opportunità. E, sempre più spesso, se la mafia non va a bussare alla porta degli imprenditori, sono loro stessi che vanno a bussare in cerca di affari.
Il punto, allora, non è solo capire se qualcuno abbia sbagliato, ma chiedersi perché certe situazioni continuino a ripetersi. Perché quella zona grigia non si restringe, ma si allarga.
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