Ci sono sere in cui le nostre città sembrano i luoghi più tranquilli del mondo, illuminati dai neon dei locali, pieni di ragazzi che ridono, studiano e fanno progetti. Poi esistono le zone d’ombra, quelle che la maggior parte di noi decide di non guardare perché fa troppo male, o perché è più comodo voltarsi dall’altra parte. In quelle periferie dimenticate, dove il silenzio si compra con il terrore e il futuro dei quartieri viene ipotecato dal narcotraffico e dal controllo militare del territorio, c’è chi decide di camminare a testa alta, armato solo di un taccuino, di una penna e di un coraggio straordinario. Quel qualcuno è Nello Trocchia, inviato del quotidiano Domani. La notizia di martedì 12 maggio che il Viminale abbia dovuto innalzare il suo livello di protezione, assegnandogli una scorta armata, non è solo una riga di cronaca nera. È uno squillo di tromba diretto a tutti noi, alla nostra generazione, alla nostra democrazia, alla nostra pretesa di viverci una vita libera e pulita.
Le minacce concrete, pesanti e asfissianti che stanno piovendo addosso a Nello arrivano dritte dai clan mafiosi che stringono Roma in una morsa invisibile ma ferocissima, e da quel mondo ultras deviato che usa le curve degli stadi come paravento per gestire affari sporchi, spaccio e violenza politica. C’è una saldatura spaventosa tra il crimine organizzato tradizionale e la delinquenza da stadio, un legame tossico che Trocchia scava da anni, portando alla luce i nomi, i cognomi, i patti di sangue e i fiumi di denaro che avvelenano le nostre strade. Questa gente non tollera la luce. Questa gente prolifera nel buio e nell’omertà, e quando un giornalista decide che non ci si può abituare al male, la prima reazione dei clan è quella di provare a spegnerlo, prima isolandolo, poi minacciandolo sui social con avvertimenti diretti che puntano a logorare la mente e a distruggere la serenità quotidiana.
Nello Trocchia viveva sotto vigilanza già dal 2015, ma recentemente la situazione è precipitata in un baratro intollerabile. Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma hanno scoperchiato un pentolone di messaggi inquietanti che dimostrano quanto il lavoro di questo cronista stia facendo saltare i nervi ai boss. Eppure, di fronte a questa pressione psicologica devastante, di fronte al rischio reale che pesa sulla sua stessa vita, la risposta di Nello è stata di un’assoluta, granitica fermezza. Nessun passo indietro. Ha ringraziato le forze dell’ordine per la tutela fisica, ma ha chiarito subito che non smetterà di fare il suo mestiere, non smetterà di raccontare la verità, non lascerà i territori in mano a chi pensa di poterseli comprare con la paura. Questa è la scelta consapevole di mettere il bene comune e il diritto all’informazione davanti alla propria incolumità personale.
Ma qui si apre una ferita profonda che riguarda tutti noi. Il caso di Nello Trocchia non è un episodio isolato, ma il sintomo drammatico di un Paese, l’Italia, che sta vivendo un momento di crisi spaventosa per la libertà di stampa. Se guardiamo l’ultimo World Press Freedom Index 2026, i numeri ci restituiscono un’immagine ravvicinata della nostra decadenza: l’Italia è scivolata al 56° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa, perdendo la bellezza di 15 posizioni negli ultimi tre anni. Cinquantaseiesimi
nel mondo. È un dato che dovrebbe farci scendere in piazza domani mattina, una vergogna nazionale che ci dice quanto sia diventato pericoloso fare giornalismo d’inchiesta in questo Paese.
E se andiamo a leggere i dati dell’Osservatorio Ossigeno per l’informazione, i brividi aumentano. Nel corso del solo anno 2025, sono stati censiti ben 759 giornalisti minacciati. Persone che fanno un lavoro essenziale per la democrazia e che si ritrovano nel mirino della criminalità, dei poteri forti, degli squadristi da tastiera, con un aumento impressionante del 47% rispetto all’anno precedente. Oggi l’Italia detiene un primato di cui dovremmo vergognarci profondamente a livello internazionale: siamo il Paese europeo con il maggior numero di cronisti sotto protezione. Ci sono 30 professionisti dell’informazione che oggi camminano per strada scortati da uomini armati perché lo Stato ritiene che la loro vita sia a rischio immediato a causa di ciò che scrivono. Trenta persone private della propria libertà personale per difendere la nostra libertà di sapere cosa succede nelle stanze del potere e nelle piazze dello spaccio.
Questa realtà deve svegliarci dal torpore generazionale. Non possiamo limitarci a scrollare la notizia sullo smartphone, mettere un like di solidarietà e passare al video successivo. Dire “Io sto con Nello Trocchia” significa assumersi una responsabilità precisa. Significa decidere da che parte stare in questa guerra non dichiarata tra la legalità e il sopruso. Le organizzazioni criminali che minacciano Nello, i clan che gestiscono le piazze di spaccio a Tor Bella Monaca, a San Basilio, i boss che fanno affari d’oro nel centro di Roma, o ovunque nel resto d’Italia, devono sapere che non stanno minacciando un uomo solo. Devono capire che quando colpiscono un giornalista libero, stanno colpendo ognuno di noi, stanno insultando il nostro futuro, stanno cercando di rubarci il diritto di vivere in una società aperta, onesta e trasparente.
Il coraggio di Nello sorprende e fa, al tempo stesso, paura. E su questa paura e dall’ombra che genera che si fonda la forza della malavita. Il rifiuto di Nello di fare un passo indietro deve essere lo slogan di una generazione che non vuole rassegnarsi a un’Italia dove la verità si paga con la vita. Le organizzazioni criminali e le curve eversive devono comprendere che la loro violenza non ci fa paura, ma genera solo un’immensa rabbia civile. Non possiamo stare zitti, far finta che non sia accaduto nulla, perché non è accaduto a noi, perché non ci tocca personalmente. Nello continuerà a scavare, a scrivere, a illuminare quelle zone d’ombra. E noi saremo con lui come una comunità, perché la sua libertà di scrivere, la libertà di tutti i giornalisti, è la nostra libertà di esistere come cittadini consapevoli e responsabili. Io sto con Nello Trocchia, senza se e senza ma, fino alla fine di questa battaglia.
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