Christa Wolf, scrittrice tedesca nata a Landsberg an der Warthe nel 1929 (oggi Gorzów Wielkopolski, in Polonia) e scomparsa a Berlino nel 2011, è considerata una delle più importanti e influenti voci della letteratura tedesca del secondo Novecento.

La sua vita e la sua produzione letteraria sono profondamente legate alla storia della Germania orientale. Wolf visse e lavorò nella Repubblica Democratica Tedesca (DDR) e, pur avendo inizialmente aderito con convinzione al progetto socialista, sviluppò nel tempo un atteggiamento sempre più critico nei confronti delle derive autoritarie del regime e della censura. Per diversi anni fu sottoposta alla sorveglianza della Stasi, la polizia segreta della Germania Est.

Durante gli anni Cinquanta, Christa Wolf credeva fermamente nella missione anche politica della letteratura e aderì ai principi del cosiddetto «realismo socialista», arrivando a esprimere giudizi severi nei confronti di opere che non ne rispettavano i canoni. La sua evoluzione intellettuale la portò però a mettere progressivamente in discussione quei modelli e a sviluppare una scrittura sempre più libera, introspettiva e critica nei confronti del potere.

Un aspetto particolarmente interessante della sua produzione è la rilettura dei miti della tragedia greca da un punto di vista femminile, che possiamo definire femminista.

Ne sono esempi due dei suoi romanzi più celebri, Cassandra (1983) e Medea. Voci (1996). In queste opere l’autrice rilegge la tradizione classica occidentale, dando voce e dignità a figure femminili che la storia e il mito hanno spesso condannato o ridotto al silenzio. Le trasforma così in simboli di resistenza, capaci di mettere in discussione le verità imposte dal potere patriarcale e dalla cultura della guerra.

Medea: il ribaltamento del mito

Vorrei soffermarmi in particolare su Medea. Voci, pubblicato nel 1996. È un romanzo che rileggo spesso, perché propone una riscrittura profonda e sorprendente del mito di Medea, soprattutto nella versione che ci è stata tramandata da Euripide.

Nella tragedia euripidea, Medea è la madre infanticida che uccide i propri figli per vendicarsi del tradimento di Giasone, il quale l’ha abbandonata per sposare Glauce, figlia del re di Corinto.

Christa Wolf ribalta completamente questa rappresentazione.

La sua Medea non uccide i figli. Sono invece i Corinzi a ucciderli, lapidandoli, mentre la responsabilità del delitto viene attribuita alla madre. Wolf riprende così tradizioni mitiche differenti da quella resa celebre da Euripide, nelle quali la morte dei bambini è imputata agli abitanti di Corinto.

Medea diventa il capro espiatorio perfetto, la donna sulla quale una comunità può scaricare le proprie colpe.

Ma chi è, allora, la Medea di Christa Wolf?

Non è una strega mostruosa, né una donna sanguinaria accecata dalla gelosia. È una donna forte, intelligente, indipendente. È una guaritrice, depositaria di conoscenze antiche, legate alla natura, al corpo, alla terra e alle tradizioni religiose femminili.

Proviene dalla Colchide, una terra affacciata sul Mar Nero che, nella rilettura di Wolf, conserva il ricordo di un’organizzazione sociale in cui le donne avevano un ruolo importante. È un mondo legato ai ritmi della natura, alla venerazione della Dea Madre e a saperi arcaici che la società patriarcale tende a cancellare.

A questo universo simbolico appartengono anche le figure della Luna, di Ecate e delle antiche divinità femminili. Sono regioni che la tradizione mitica collega anche alle Amazzoni, donne guerriere divenute simbolo di autonomia e indipendenza.

Medea è la depositaria di questo sapere. E proprio per questo è pericolosa.

Quando arriva a Corinto, infatti, è una straniera. Viene guardata con diffidenza da coloro che si considerano più civili e progrediti. È diversa, non accetta passivamente le regole della società che la ospita e, soprattutto, possiede una qualità che il potere non può tollerare: sa osservare, comprendere e porre domande.

È una donna che vede troppo.

Il segreto su cui si fonda il potere di Corinto

Nel romanzo, la prosperità e la stabilità politica di Corinto nascondono una colpa terribile: l’uccisione di Ifinoe, figlia primogenita del re Creonte.

La giovane è stata sacrificata per ragioni politiche, perché la sua esistenza rappresentava una minaccia per gli equilibri del potere patriarcale. Attorno a lei si raccoglievano infatti le speranze di chi immaginava una diversa successione dinastica e un possibile ritorno a un ruolo centrale delle donne nella società.

La sua eliminazione diventa così il prezzo pagato per garantire la continuità del potere. Medea scopre questo segreto.

È una scoperta sconvolgente, perché rivela che dietro l’apparente ordine della città si nasconde un crimine. La civiltà di Corinto, che guarda con superiorità gli stranieri, ha costruito la propria stabilità sulla violenza e sulla menzogna.

Quando la città attraversa una crisi, tra malattie, tensioni sociali e paura, il potere ha bisogno di individuare un responsabile.

La scelta cade su Medea.

È straniera, è diversa, è donna, è guaritrice. Non appartiene alla comunità e non dispone delle protezioni necessarie per difendersi.

La corte mette allora in moto una vera e propria macchina del fango. Medea viene accusata di praticare la magia, di essere pericolosa, di minacciare l’ordine della città. Le vengono attribuite colpe che non ha commesso, fino a decretarne l’esilio.

Il meccanismo è terribilmente moderno: per nascondere una verità scomoda, il potere costruisce un nemico e convince la collettività a riconoscerlo come tale.

Nel romanzo esiste anche un altro elemento importante. Il destino di Ifinoe a Corinto trova un tragico parallelo in quello di Apsirto, fratello di Medea, ucciso nella Colchide.

Le due civiltà, apparentemente così diverse, finiscono per assomigliarsi. Entrambe nascondono un sacrificio umano all’origine dei propri equilibri politici.

Wolf non contrappone quindi semplicemente una società buona a una cattiva. Mostra piuttosto come il potere, quando diventa fine a se stesso, possa ricorrere agli stessi strumenti di violenza e sopraffazione, indipendentemente dalla cultura che lo esprime.

Medea era davvero un’infanticida?

Qui si apre una questione particolarmente affascinante.

La Medea assassina dei propri figli, quella che tutti conosciamo, deve la sua fortuna soprattutto alla tragedia di Euripide, rappresentata ad Atene nel 431 a.C.

Ma non tutte le versioni antiche del mito attribuivano a Medea la responsabilità dell’infanticidio.

Secondo una tradizione riportata da alcuni autori antichi e ripresa anche dal mitografo Robert Graves, Euripide avrebbe ricevuto dai Corinzi quindici talenti d’argento per modificare il racconto, attribuendo a Medea la morte dei figli e liberando così gli abitanti di Corinto dalla responsabilità del delitto.

Si tratta naturalmente di una tradizione aneddotica, non di un fatto storicamente dimostrato. È però interessante perché rivela quanto fosse antica la controversia intorno alla figura di Medea e alla responsabilità della morte dei suoi bambini.

Quindici talenti d’argento rappresentavano una somma enorme. Al di là di qualsiasi tentativo, inevitabilmente approssimativo, di convertirne il valore in denaro attuale, il racconto suggerisce un’idea precisa: anche un mito può essere modificato per rispondere agli interessi del potere.

È proprio su questa possibilità che Christa Wolf costruisce la sua interpretazione.

E se la storia che ci è stata tramandata fosse quella scritta dai vincitori? E se Medea non fosse stata la carnefice, ma la vittima di una gigantesca operazione di manipolazione della verità?

Sei voci per raccontare una verità

Un’altra caratteristica che rende particolarmente interessante il romanzo è la sua struttura narrativa.

Medea. Voci non presenta un unico narratore, ma si sviluppa attraverso sei differenti punti di vista: Medea, Giasone, Glauce, Agameda, Acamante e Leuco.

Ognuno racconta gli avvenimenti attraverso la propria esperienza, le proprie paure, i propri interessi e le proprie contraddizioni.

La verità emerge progressivamente dal confronto tra queste testimonianze. Non viene consegnata al lettore come una versione ufficiale, ma deve essere ricostruita attraverso le diverse voci.

È un procedimento narrativo che mette in evidenza quanto il racconto dei fatti possa essere condizionato dai rapporti di potere.

Anche Giasone appare molto diverso dall’eroe mitico. Non è il grande protagonista delle imprese degli Argonauti, ma un uomo debole, opportunista, incapace di sottrarsi alle convenienze politiche e sociali della corte di Corinto.

Medea, al contrario, pur essendo progressivamente isolata, conserva la propria dignità e la propria capacità di giudizio.

Le donne nella tragedia greca

Non ho compiuto studi classici e non ho studiato sistematicamente le tragedie greche. Negli anni, però, ne ho lette e rilette molte. Alcune mi sono piaciute profondamente, altre meno.

Eppure c’è un elemento che ha sempre attirato la mia attenzione.

Nella società ateniese del V secolo a.C. il patriarcato era dominante. Le donne erano escluse dalla partecipazione politica e la loro vita si svolgeva prevalentemente nella dimensione domestica, all’interno di un sistema sociale che ne limitava fortemente l’autonomia.

Sulla scena tragica, invece, le donne assumono spesso un ruolo centrale, dirompente e tutt’altro che sottomesso.

Pensiamo ad Antigone, che sfida apertamente il potere del re Creonte in nome di una legge morale superiore. Pensiamo a Elettra, a Clitennestra, a Cassandra e, naturalmente, a Medea.

Sono figure femminili complesse, capaci di passioni estreme, di ribellione, di lucidità e di gesti che mettono in crisi l’ordine costituito.

È anche da questa contraddizione che nasce il mio amore per la tragedia greca.

E, successivamente, il mio interesse per quelle scrittrici che hanno ripreso i miti antichi, li hanno reinterpretati e riscritti in termini moderni, offrendo un punto di vista diverso da quello che la tradizione ci ha consegnato.

Restituire a Medea la sua voce

Mi piace molto la scrittura di Christa Wolf perché non si limita a raccontare nuovamente una storia già conosciuta. Compie un’operazione più profonda: mette in discussione il modo stesso in cui quella storia è stata costruita e tramandata.

La sua Medea non è una madre folle e assassina. È una donna forte, una guaritrice, una straniera che conosce una verità pericolosa e che per questo viene perseguitata.

Wolf smantella il mito patriarcale della madre infanticida, restituendo a Medea non tanto una presunta identità storica originaria, impossibile da ricostruire con certezza, quanto una nuova dignità letteraria e umana.

La sua riscrittura ci costringe a interrogarci su chi abbia il potere di raccontare la storia, su chi decida quali voci debbano essere ascoltate e quali invece debbano essere messe a tacere.

E soprattutto ci ricorda che il meccanismo del capro espiatorio non appartiene soltanto al mondo antico. È qualcosa che continua a ripetersi, ogni volta che una comunità preferisce accusare chi è diverso piuttosto che affrontare le proprie responsabilità.

Forse è anche per questo che torno spesso a leggere Medea. Voci. Perché, dietro la riscrittura di un mito antico, riconosco questioni che appartengono ancora al nostro presente: il rapporto tra verità e potere, la paura dello straniero, la condizione femminile, la manipolazione del racconto pubblico.

Ogni grande scrittore riesce a trasfigurare la realtà attraverso la propria sensibilità, trasformando ciò che osserva in una forma capace di parlare anche ad altre epoche.

Christa Wolf ci riesce restituendo la parola a una donna che, per secoli, è stata raccontata soprattutto attraverso le accuse dei suoi nemici.

E invitandoci, ancora una volta, ad ascoltare anche l’altra versione della storia.


Bibliografia e riferimenti

  • Christa Wolf, Medea. Voci, 1996.
  • Christa Wolf, Cassandra, 1983.
  • Euripide, Medea, 431 a.C.
  • Robert Graves, I miti greci.
  • Università di Bologna, La Medea non-violenta di Christa Wolf.
  • Medea tra mito e letteratura, WordPress.
  • Un’altra Medea, Margine Operativo, 12 settembre 2023.
  • Medea fra potere e impotenza, Rivista Comprendre.
  • Medea di Christa Wolf, Letture Sparse.
  • Odiare Medea. Il sogno del patriarcato, Trentino Cultura.

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Un pensiero su “Christa Wolf e Medea: il mito riscritto dalla parte delle donne”
  1. Lo faccio io il commento che ho scritto questo articolo. Non sono una storica e neanche una letterata, una tranquilla pensionata a cui piace molto leggere e scrivere. Grazie Andrea per l’editing fatto per questo “articoli” mi piace molto.

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