Non solo stazione, ma teniamo gli architetti con i piedi per terra

Delle considerazioni formulate il mese scorso da Graziano Moro, in margine alla proposta di una stazione-ponte, una la sposo convintamente in pieno: “le risorse seguono la visione”. E, corollario, la mancanza di una visione causa spesso lo spreco delle risorse. 

Una visione strategica di città richiede però alcuni requisiti di cui almeno due ritengo siano irrinunciabili:
– non può essere il frutto di invenzioni individuali ed estemporanee ma essere risposta condivisa a bisogni concretamente verificabili ed effettivamente espressi dalla collettività;
– deve essere coerente con la struttura urbana, utilizzarne e svilupparne le potenzialità, non pretendere di stravolgerne la reale natura con la presunzione di una improbabile onnipotenza.

Per non restare nel generico di enunciazioni teoriche mi spiego con due esempi, per la prima bollando senz’altro come invenzione estemporanea la proposta di realizzare sopra ai portici vecchi una piazza sospesa, di cui – a prescindere dalle difficoltà tecniche e dagli esiti estetici – mi pare che nessuno senta il bisogno. In quei dintorni contrappongo semmai la richiesta, palesemente espressa dalla consistente e sistematica frequentazione, di dare una protetta e dignitosa sistemazione alla sosta delle persone, insieme cercando di sanare il “buco” lasciato dalla demolizione della seconda ala dei portici.

Qualcuno di non verde età ricorda la battuta dell’urbanista che paragonava Novi ad un aeroplano diretto alla pianura cui far fare una virata verso la collina con il progetto del quartiere G3? Ecco, quello esemplifica l’incoerenza con il naturale verso di espansione urbana, incoerenza pagata con il dover poi rincorrere l’iniziativa privata che in quella direzione aveva saputo guardare.

Se si vuole tentare di concepire una visione urbana che sia strategica credo non si debba cedere alla tentazione – molto moderna – di cercare la panacea nel gesto artistico di una archistar de noantri ma sia da considerare ogni singolo intervento come il tassello di un disegno di insieme, un disegno che sia capace di sollecitare la ricerca delle risorse come di valutare se e a che condizioni occasioni e proposte esterne siano in grado di concorrere alla sua realizzazione.

Così mi permetto di suggerire di inserire la proposta della stazione-ponte in un più ampia valutazione del riassetto dell’intera zona di porta Pozzolo. Non perché questo esaurisca la dimensione dell’intera città ma perché affronta quello che è il problema, non mai risolto, di dare una struttura definitiva ed efficiente a quello che è necessariamente il “nuovo” centro urbano, nodo di connessione tra il centro storico e la espansione otto-novecentesca.

Forse ne dimentico alcuni, ma una serie di interventi già sul tappeto possono concorrere a concepire un disegno di insieme, a farci magari capire cosa altro manca, cosa ancora dettagliare: la ridefinizione del margine nord del centro storico, con il ridisegno di corso Marenco probabilmente da proseguire sino a via Roma; il progetto della rotonda, che impone un ripensamento di piazza XX Settembre; il restauro della Cavallerizza, che trascina la necessità di rivedere il Maneggio e il margine di via Pietro Isola; il riuso delle aree dell’ex macello, con la possibile rilocalizzazione del supermercato Lidl. A monte del tutto, naturalmente, l’imprescindibile realizzazione della tamgenzialina, che scarichi il centro urbano dal transito dei mezzi pesanti.

Prima dell’estate l’Amministrazione comunale aveva promosso un incontro che ha riunito tutti i tecnici incaricati dei singoli interventi in corso per una prima informazione reciproca: sarebbe utile riprendere la cosa e portarla su un piano operativo ma soprattutto – in parallelo – promuovere una qualche forma di dibattito allargato ad ascoltare l’opinione della gente.

Del resto, noi architetti è meglio che qualcuno ci trattenga con i piedi per terra e chi, come è noto, sa almeno suonare il violino è certo in grado di farlo.

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Guido Gozzoli

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