Mentre il torrente Gorzente continua a portare i segni del disastro ambientale causato dagli sversamenti di fango provenienti dalla diga della Lavagnina, l’Ente di gestione delle Aree Protette dell’Appennino Piemontese resta di fatto paralizzato. Da oltre due anni l’ente è commissariato, privo di un presidente e di un consiglio regolarmente nominati, impossibilitato a svolgere pienamente il proprio ruolo di tutela e gestione del territorio.
Dal gennaio 2025 la direzione dell’ente è affidata a un commissario straordinario, Danilo Repetto, il cui incarico è stato prorogato dalla Giunta regionale del Piemonte nel luglio scorso, “a causa della particolare complessità del procedimento di nomina”. Ma dietro le parole burocratiche si nasconde una realtà politica ben più chiara: la Regione continua a rinviare la nomina dei nuovi organi di governo, bloccando di fatto l’attività del Parco.
Una situazione denunciata apertamente da diversi sindaci del territorio, tra cui quelli di Bosio, Casaleggio Boiro e Voltaggio, che hanno parlato di “ente latitante” e di “assenza istituzionale” proprio mentre il territorio vive una delle sue peggiori crisi ambientali. Il Parco, che avrebbe dovuto essere in prima linea nel monitoraggio e nella difesa degli ecosistemi danneggiati dagli interventi sulla diga della Lavagnina, è rimasto ai margini. Nessun rappresentante ha partecipato ai sopralluoghi organizzati da Iren, e nessun intervento strutturale è stato avviato per limitare i danni.
A peggiorare il quadro, lo stallo politico sulla nomina del presidente.
I sindaci del territorio hanno espresso da tempo la volontà di eleggere Gianni Repetto, figura ampiamente stimata e con una profonda conoscenza dell’Appennino piemontese. Ma la Regione, guidata dal centrodestra, sembra decisa a non accogliere la proposta.

Secondo indiscrezioni di stampa, la Giunta regionale avrebbe infatti individuato come proprio candidato l’avvocato leghista Paolo Caviglia, ex sindaco di Vignole Borbera, attuale presidente dell’istituto case popolari e di 5 valli servizi, la società che dovrebbe raccogliere i rifiuti in Val Borbera. Un nome calato dall’alto, che ha suscitato irritazione e contrarietà nei Comuni del Parco, compatti nel chiedere che la scelta avvenga con criteri di competenza e rappresentatività, non di appartenenza politica.
In Commissione Ambiente del Consiglio Regionale del Piemonte, durante un’audizione richiesta dal consigliere Pasquale Coluccio (M5S), i rappresentanti dei Comuni hanno ribadito la necessità di “eleggere il presidente, non di riceverlo per nomina politica”. Ma la Regione ha continuato a prendere tempo, mantenendo il commissariamento e rinviando la decisione a data da destinarsi.
Intanto, mentre le Aree Protette rimangono in mano a una gestione temporanea, il territorio attende risposte. Le criticità ambientali si moltiplicano: torrenti interrati dal fango, biodiversità compromessa, sedi operative svuotate e personale ridotto al minimo.
Di fronte a tutto questo, la Regione sembra più interessata a scegliere “l’uomo giusto” per il partito che a mettere l’ente nelle condizioni di lavorare. E così, mentre la natura dell’Appennino piemontese paga il prezzo dell’inazione e dell’indifferenza, il Parco resta sospeso — commissariato, indebolito e politicamente ostaggio di logiche che nulla hanno a che fare con la tutela dell’ambiente.
Un paradosso che i territori non sono più disposti ad accettare.
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