Il primo gennaio 2026 finisce Opzione Donna, e porta una firma precisa: quella del governo guidato da Giorgia Meloni. È impossibile non sottolineare il paradosso politico e simbolico di questa scelta: è una donna, la prima presidente del Consiglio nella storia della Repubblica, a cancellare uno strumento che tutelava — seppur parzialmente — le donne lavoratrici.

Questo dato non è secondario, perché smaschera definitivamente la retorica secondo cui la presenza femminile al vertice del potere basterebbe, di per sé, a migliorare la condizione delle donne. Non è il genere a fare la differenza, ma la collocazione politica e di classe.

Opzione Donna non era un privilegio: era il riconoscimento di una realtà materiale. Le donne hanno carriere più brevi, discontinue e mal pagate. Pagano il prezzo della maternità, del lavoro di cura, della precarietà strutturale. Cancellare questa possibilità significa ignorare deliberatamente queste condizioni, e farlo dal punto di vista di chi governa.

Giorgia Meloni ha scelto di stare dalla parte dei vincoli di bilancio e del mercato, non da quella delle lavoratrici. Ha scelto di colpire chi ha meno forza contrattuale, meno reddito, meno tutele. E lo ha fatto senza nemmeno il pudore di chiamare le cose con il loro nome.

Il governo Meloni ama evocare la famiglia, la maternità, il ruolo «naturale» delle donne. Ma quando si passa dai proclami ai diritti concreti, il risultato è opposto: le donne che hanno avuto figli vengono penalizzate, perché la maternità pesa sui contributi e sull’età pensionabile.

È una visione profondamente ipocrita e patriarcale, che esalta le donne come simbolo ma le abbandona come soggetti sociali. Il lavoro di cura resta invisibile, non riconosciuto, non pagato. E quando arriva il momento della pensione, lo Stato si volta dall’altra parte.

Che a smantellare Opzione Donna sia una donna dimostra una verità scomoda: non esiste emancipazione femminile senza giustizia sociale. Non esiste «potere femminile» se quel potere riproduce le stesse logiche neoliberiste e classiste che da sempre colpiscono le donne.

Meloni non rappresenta le lavoratrici, ma un modello di leadership che usa l’identità di genere come copertura, mentre pratica politiche che aggravano le disuguaglianze.

Le alternative esistono, ma non si vogliono percorrere.
Le risorse non mancano. Mancano le scelte:
si preferiscono le spese militari al welfare;
si tutelano rendite e profitti invece delle pensioni;
si colpiscono le donne invece di redistribuire ricchezza.

Opzione Donna poteva essere migliorata, resa più equa, ampliata. Invece è stata smantellata, perché la priorità non è la giustizia, ma l’obbedienza ai vincoli imposti dall’alto.

La cancellazione di Opzione Donna non è solo una misura ingiusta: è un atto politico che pesa il doppio perché arriva da una donna che governa contro le donne. È la dimostrazione che il femminismo senza lotta di classe è solo una vetrina e che i diritti non si difendono con gli slogan, ma con le scelte.

Oggi la scelta di Giorgia Meloni è chiara: far pagare alle donne il prezzo della sua politica.

Robbiano Laura
PRC

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