Facebook, ogni tanto, regala piccoli trattati di filosofia politica inconsapevole.  Un post: “Io sto con la sindaca Salis”. Sotto, il dibattito si divide come sempre fa. Qualcuno ricorda un episodio del 1997: un dirigente politico che, indicando un camionista al lavoro, disse che avrebbe potuto farlo diventare sindaco di Genova. Il senso implicito: se può diventarlo un camionista, può diventarlo chiunque. La democrazia come livellamento totale. Qualcun altro replica con eleganza colta: prima discutiamo di Rosselli, Silone, Orwell, Marx, Foucault, Kant. Poi, forse, saprò se sto con lei. La competenza come accesso privilegiato. 

Due posizioni opposte. Eppure entrambe, a mio avviso, sbagliate — e in modo speculare. 

Il sindaco non può essere chiunque. 

Amministrare una città richiede visione, competenza, equilibrio, capacità di decisione, resistenza alla pressione, senso delle istituzioni. Non è un ruolo simbolico: è responsabilità concreta, che pesa sulla vita di persone reali. Ridurlo a una questione di rappresentanza sociologica — anche il camionista può farcela, quindi va bene così — è una forma sottile di disprezzo verso chi amministra e verso chi viene amministrato. È l’elogio dell’improvvisazione. 

Ma attenzione: non esistono categorie professionali abilitate o vietate. 

Un camionista può avere studio, profondità, intelligenza politica. Può conoscere il territorio meglio di chi lo osserva dalle finestre di un ufficio. Può avere più senso dello Stato di molti laureati con curriculum scintillanti. Il mestiere non qualifica. Ciò che qualifica è la persona. 

Dall’altra parte, però, non serve nemmeno l’esame orale di filosofia. L’idea che prima di scegliere un sindaco si debba sostenere un seminario su Kant e Foucault ha qualcosa di involontariamente aristocratico — e di profondamente consolatorio per chi lo propone. Come se la cultura fosse una patente morale. Come se aver letto “Sorvegliare e punire” garantisse di non esercitare il potere in modo punitivo. 

La cultura è una ricchezza. Non è un’assicurazione sul carattere. 

Ho conosciuto persone colte capaci di arroganza abissale. E persone di poche letture capaci di una visione limpida e generosa. Il problema non è quanto hai letto. È quanto capisci le persone — e quanto ci tieni davvero. 

Il punto non è che un camionista non possa fare il sindaco. Il punto è che non basta essere camionista — né avvocato, né operaio, né accademico — per essere un amministratore efficace. 

Quello che chiedo ad un sindaco è l’integrità. La capacità di avere visione e di parlare chiaro senza il paravento del lessico. La forza di decidere senza rincorrere l’applauso facile e di assumersi la responsabilità delle scelte impopolari senza cercare capri espiatori. Se poi conosce Kant, tanto meglio. Se ha guidato un bilico per vent’anni, bene. Se ha insegnato all’università, altrettanto bene. 

La domanda non è: “Che mestiere fai?”. La domanda è: “Sai guidare una comunità senza spaccarla?” 

E la vera ironia è proprio questa: non è affatto scontato che queste qualità si trovino più facilmente in un professore che in un camionista.  Perché governare una città non è un esercizio teorico. È una strada piena di curve, buche e nebbia. E lì, più che Kant, serve qualcuno che sappia tenere le mani sul volante. Non importa dove abbia imparato a farlo. 

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