Mi ha colpito molto la lettura tardiva di un articolo pubblicato l’anno scorso dal The Guardian che espone una tesi credo innovativa sul tema del consenso politico e elettorale che può essere sintetizzata con una frase: «gli argomenti, da soli, non cambiano le opinioni». È una affermazione che suona quasi provocatoria, soprattutto in un tempo in cui il dibattito pubblico sembra ridotto a una sequenza infinita di scontri, post, repliche e controrepliche.
L’articolo è firmato da Sarah Stein Lubrano, una scrittrice, progettista educativa e dottoranda presso l’Università di Oxford e solleva una questione semplice quanto scomoda: continuiamo a pensare che basti avere ragione, spiegarsi meglio, portare argomenti e dati più solidi per convincere gli altri. Ma la realtà, suggeriscono numerosi studi citati nell’articolo, è diversa. Le persone cambiano idea molto più raramente di quanto immaginiamo, e quasi mai perché qualcuno le ha “convince” con un’argomentazione brillante.
Il meccanismo è abbastanza studiato: quando incontriamo informazioni che mettono in discussione ciò in cui crediamo, tendiamo a metterci sulla difensiva. Non perché siamo irrazionali, ma perché cambiare idea comporta un costo psicologico. È più facile reinterpretare i fatti che rimettere in discussione le proprie convinzioni.
Ma l’aspetto più interessante riguarda ciò che invece funziona davvero. Non le parole, non i dibattiti televisivi, non le campagne costruite a colpi di slogan. A incidere sono le relazioni. Le persone che frequentiamo, i contesti in cui viviamo, le esperienze dirette.
È un’osservazione che ha implicazioni profonde anche per la politica locale, quella che viviamo ogni giorno nei nostri territori. Perché se è vero che le opinioni cambiano attraverso le relazioni, allora il problema non è “dire meglio le cose”, ma creare spazi in cui le persone possano incontrarsi davvero.
Vale per tanti temi che attraversano anche la nostra realtà: dalla legalità alla partecipazione, dall’ambiente alle politiche sociali. Pensiamo, ad esempio, a quanto incidano esperienze concrete – un progetto nelle scuole, un campo di volontariato, un’iniziativa culturale – rispetto a mille convegni o post sui social. È lì che si costruisce consapevolezza, non nei monologhi.
In questo senso, l’articolo del Guardian non è solo una riflessione teorica, ma un invito a cambiare approccio. A spostare l’attenzione dalle parole alle relazioni, dalla comunicazione alla comunità. Forse è anche una chiave per leggere la crescente polarizzazione che vediamo intorno a noi. Se ognuno resta chiuso nel proprio spazio, esposto solo a chi la pensa allo stesso modo, diventa sempre più difficile non solo cambiare idea, ma anche semplicemente capire l’altro.
Il punto, allora, non è smettere di discutere. Ma capire che discutere non basta. Costruire luoghi, occasioni e relazioni reali potrebbe essere, oggi, l’atto più politico che possiamo fare.
Fonte: The Guardian, “This article won’t change your mind. Here’s why”, 18 maggio 2025.
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