Si chiamava Federico Venco. È stato ucciso da un assassino. Scriverlo è importante, perché nel giro di poche ore il suo nome è già stato sostituito da un’etichetta: il rivale in amore. Un’espressione curiosa. Anzi, inquietante.

Perché Federico non era il rivale di nessuno. Non stava contendendo una donna a un altro uomo e, anche se così fosse stato, non avrebbe cambiato di una virgola la natura del gesto compiuto dal suo assassino. Federico si era semplicemente fermato ad aiutare una ragazza a raggiungere un luogo d’incontro. È morto per questo.

Eppure la narrazione ha sentito il bisogno di raccontare quella vicenda attraverso gli occhi dell’assassino. Di adottarne, inconsapevolmente, il punto di vista. Se lui vedeva un rivale, allora Federico diventa “il rivale”. Se lui immaginava una competizione, allora anche il racconto giornalistico finisce per costruire una competizione.

Ma “rivale” è una parola che evoca un duello. Due uomini che si contendono una donna. Richiama un immaginario antico, quasi cavalleresco. Trasforma una vicenda di possesso e di violenza in una storia di gelosia. E così facendo sposta il punto di vista: non racconta più la realtà, racconta la percezione dell’assassino.

La realtà è molto più semplice. Federico Venco non era un rivale. Era un uomo che ha incrociato la strada di un altro uomo convinto di poter decidere chi dovesse e chi non dovesse stare accanto a una donna. Un uomo che, secondo quanto emerso finora, si era presentato a quell’incontro armato di una pietra e di un coltello.

È qui che il dibattito pubblico, ogni volta, si rompe. Per il leader di un neonato partito politico, e per chi condivide quella posizione, il femminicidio non esiste. Esistono soltanto omicidi. Tutti uguali. Tutti riconducibili esclusivamente alla responsabilità individuale dell’assassino. Cercare un contesto, individuare dinamiche ricorrenti, interrogarsi su modelli culturali, sul possesso, sul controllo, sui segnali che precedono la violenza sarebbe un’operazione ideologica.

È un’affermazione che, se fosse coerente, avrebbe perfino una sua logica. Il problema è che quella coerenza svanisce non appena l’autore di un reato appartiene a un’altra categoria.

Quando un immigrato commette una rapina, quasi nessuno si limita a dire che si tratta di un rapinatore. Si apre immediatamente un dibattito sull’immigrazione. Se uno straniero violenta una donna, il fatto viene letto come il sintomo del fallimento dell’integrazione. Se un cittadino straniero con gravi problemi psichiatrici investe volontariamente dei passanti, si discute di sicurezza, di confini, di modelli culturali, di espulsioni, di remigrazione.

E magari, in alcuni casi, quel contesto esiste davvero. Il punto non è negarlo.Il punto è un altro: perché quel metodo di analisi diventa improvvisamente inaccettabile quando il fenomeno riguarda la violenza degli uomini contro le donne? Perché in un caso si pretende di capire ciò che sta dietro al singolo delitto e nell’altro si afferma che ogni omicidio è soltanto un episodio isolato?

Il contesto, del resto, lo cerchiamo continuamente. Lo cerchiamo quando combattiamo la mafia. Nessuno direbbe che ogni estorsione sia un fatto isolato, privo di una cultura criminale, di regole, di simboli e di meccanismi comuni.

Lo cerchiamo in medicina. Se cento persone sviluppano la stessa malattia, nessun ricercatore liquida tutto dicendo che ogni paziente è diverso. Si studiano i fattori di rischio, le ricorrenze, le condizioni predisponenti, proprio perché comprendere un fenomeno significa provare a impedirne il ripetersi.

Lo cerchiamo negli incidenti sul lavoro, dove si analizzano procedure, organizzazione ed errori ricorrenti. Lo cerchiamo nel terrorismo, studiando radicalizzazione, propaganda e reclutamento. Perché comprendere un fenomeno non significa mai assolvere chi lo provoca. Significa prevenirlo.

Eppure, quando si parla di violenza contro le donne, accade qualcosa di ancora più paradossale. Il contesto non scompare affatto. Cambia semplicemente funzione. Non serve più a prevenire altri delitti. Serve a rendere comprensibile quello appena commesso. L’assassino diventa “l’uomo disperato perché lasciato dalla moglie”, “l’uomo accecato dalla gelosia”, “l’uomo che la amava troppo e non voleva perderla”. Il linguaggio smette di descrivere il fatto e inizia a costruire una spiegazione emotiva che finisce inevitabilmente per attenuare la responsabilità di chi uccide e, spesso, per spostare l’attenzione sul comportamento della vittima.

Oggi è accaduto perfino a Federico Venco. Un uomo che stava semplicemente aiutando una donna è stato trasformato in un “rivale in amore”. Il contesto è stato cercato, sì, ma non per comprendere un fenomeno e impedirne il ripetersi. È stato cercato per raccontare il delitto dalla prospettiva dell’assassino.

Si chiamava Federico Venco. Non era un rivale. Era un uomo che aveva scelto di aiutare una donna. È stato ucciso da un assassino.

Ti è piaciuto questo articolo? Offrici un caffè con Ko-Fi

Segui il moscone su Telegram per ricevere una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo articolo https://t.me/ilmoscone

Visited 1 times, 1 visit(s) today
WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com

Contact Us