Quasi tre milioni di euro per una collaborazione tra il Politecnico di Torino e MBDA Italia, uno dei principali produttori europei di sistemi missilistici. Un accordo che prevede attività di ricerca, formazione, borse di dottorato e condivisione di laboratori, ma che ha provocato forti contestazioni all’interno dell’università, sollevando interrogativi sul rapporto tra ricerca pubblica, industria bellica e autonomia dell’Università.
La convenzione è stata approvata dal Consiglio di amministrazione dell’ateneo con sei voti favorevoli, quattro contrari e un astenuto, dopo una prima votazione che non aveva raggiunto la maggioranza necessaria. Una procedura che ha alimentato ulteriormente le polemiche, già emerse nelle settimane precedenti durante il confronto negli organi accademici.
Mentre i ragazzi di Torino e di tutta Italia scendono in piazza per dire no alla guerra, il politecnico guidato dal rettore Stefano Corgnati stringe accordi con aziende che producono armi.
MBDA è uno dei principali gruppi europei del settore missilistico, partecipato da Airbus, BAE Systems e Leonardo. La collaborazione con il Politecnico prevede un investimento complessivo vicino ai tre milioni di euro, di cui circa un milione destinato a borse di dottorato e assegni di ricerca. Sono inoltre previste attività congiunte di ricerca e formazione, l’utilizzo di infrastrutture scientifiche e disposizioni relative alla proprietà intellettuale e alla riservatezza dei risultati.
A contestare l’accordo sono soprattutto studenti e rappresentanti della comunità accademica che ritengono incompatibile la missione di un’università pubblica con il coinvolgimento diretto nell’industria degli armamenti.
Tra le voci critiche ci sono quelle di due rappresentanti degli studenti della lista RUN Polito: Alberto Polato, 25 anni, componente del Consiglio di amministrazione, e Filippo Vignoli, rappresentante nel Senato accademico. Entrambi hanno espresso pubblicamente la propria contrarietà all’intesa, intervenendo nel dibattito attraverso due articoli che ricostruiscono la vicenda da prospettive differenti.
In un’intervista pubblicata da Città Nuova, Polato racconta il percorso che ha portato all’approvazione della convenzione e le ragioni dell’opposizione studentesca. La questione, secondo i rappresentanti contrari all’accordo, non riguarda soltanto la destinazione dei finanziamenti, ma il modello di università che si intende costruire.
Il rischio denunciato è quello di subordinare progressivamente le scelte della ricerca pubblica alle esigenze delle imprese militari, condizionando anche la formazione delle nuove generazioni di ricercatori e ingegneri.
Un aspetto particolarmente controverso riguarda la possibilità di sottoporre alcuni risultati della ricerca a vincoli di riservatezza. Una prospettiva che, secondo i critici, potrebbe entrare in tensione con i principi di trasparenza, libera circolazione delle conoscenze e autonomia scientifica che dovrebbero caratterizzare l’università pubblica.
Ancora più esplicita è la posizione di Vignoli, che in un articolo pubblicato sul blog Interrupt, intitolato Il mono use va bene quando l’uso è bellico, mette in discussione la distinzione tra tecnologie dual use, utilizzabili sia in ambito civile sia militare, e tecnologie destinate specificamente alla produzione di armamenti.
La critica riguarda la natura stessa di MBDA, un’impresa la cui attività principale è la progettazione e produzione di sistemi missilistici. Secondo Vignoli, richiamare genericamente le possibili applicazioni civili della ricerca rischia di nascondere la finalità prevalentemente militare della collaborazione.
Il rappresentante degli studenti in Senato accademico solleva inoltre dubbi sulla trasparenza del processo decisionale, denunciando i tempi estremamente ridotti concessi ai componenti dell’organo per esaminare la documentazione dell’accordo, che sarebbe stata resa disponibile soltanto la sera precedente la seduta.
Le contestazioni dei due rappresentanti di RUN Polito evidenziano quindi una critica che investe sia il merito dell’accordo sia le modalità con cui è stato discusso e approvato.
La vicenda si inserisce in un contesto più ampio, caratterizzato dall’aumento degli investimenti europei nella difesa e dal crescente interesse dell’industria militare per le competenze scientifiche e tecnologiche sviluppate nelle università.
Per Torino, città storicamente legata all’industria automobilistica e oggi impegnata nella ricerca di nuove prospettive produttive, il tema assume anche una dimensione economica e occupazionale. La crescita del comparto aerospaziale e della difesa viene presentata come un’opportunità di sviluppo, ma pone interrogativi sulla direzione della riconversione industriale e sulle conseguenze sociali delle scelte compiute.
Chi sostiene queste collaborazioni richiama la necessità di garantire risorse alla ricerca, opportunità professionali agli studenti e competitività tecnologica al sistema industriale. Chi le contesta osserva invece che la disponibilità di finanziamenti non può costituire l’unico criterio per decidere quali attività debbano essere promosse da un’istituzione pubblica.
La mobilitazione degli studenti non sembra destinata a fermarsi con l’approvazione della convenzione. Nell’intervista a Città Nuova, Polato sottolinea la volontà di allargare il confronto alla società civile, coinvolgendo associazioni, organizzazioni sindacali e realtà impegnate sui temi della pace e della giustizia sociale. Tra queste viene citata anche Libera, con la quale la rappresentanza studentesca ha già avviato rapporti di collaborazione.
L’obiettivo è portare la discussione fuori dalle aule universitarie, trasformando una controversia interna al Politecnico in un confronto pubblico sul ruolo della ricerca scientifica e sulle scelte industriali del Paese.
Al centro resta una domanda che riguarda non soltanto il Politecnico di Torino, ma l’intero sistema universitario italiano: fino a che punto la ricerca pubblica può essere finanziata e orientata dall’industria degli armamenti senza compromettere la propria indipendenza?
Una domanda che assume un significato ancora più rilevante in un momento storico segnato da guerre, riarmo e aumento delle spese militari. Perché decidere quali tecnologie sviluppare, con quali risorse e per quali finalità non è soltanto una questione scientifica o industriale. È anche, inevitabilmente, una scelta politica ed etica.
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