Il mio 25 aprile, quest’anno, è iniziato domenica 12 aprile alla Benedicta. Ci torno ogni anno, quando posso, perché ogni volta mi emoziona profondamente. Credo che una parte decisiva del senso del 25 aprile nasca anche da lì: da quei ragazzi giovanissimi, molti appena diciottenni o ventenni, uccisi, massacrati, deportati da fascisti italiani che collaboravano con le forze di occupazione naziste.
Ragazzi cresciuti dentro il regime, educati dal regime, immersi nella propaganda fascista. Eppure capaci di scegliere. Non sempre per una coscienza politica già formata, non sempre con parole grandi in tasca, ma con una consapevolezza limpida: non collaborare, non obbedire, non consegnare la propria vita al fascismo e all’occupazione nazista.
Andarono sui monti. Scelsero il rischio, la fame, la paura, le armi, la clandestinità. E proprio lì, su quei monti, presero coscienza del ruolo che stavano assumendo. Lì cominciarono a immaginare l’Italia che sarebbe venuta: libera, democratica, repubblicana.
Il mio 25 aprile è passato anche da Cassano, davanti alla memoria dei quattro operai dello stabilimento oggi KME: Antonio D’Agostino, Manlio Socci, Luigi Rossi e Umberto Fadda.
Scelsero di difendere la fabbrica e i macchinari dalle rappresaglie dei fascisti e delle forze di occupazione naziste. Lo fecero per non consegnare quei mezzi di produzione a chi voleva tenere l’Italia sotto il giogo della dittatura e dell’occupazione. Ma lo fecero anche perché sapevano, o forse semplicemente sentivano, che dopo il fascismo ci sarebbe stata un’altra Italia.
Quei macchinari sarebbero serviti ai sopravvissuti, ai lavoratori, ai figli che sarebbero venuti dopo. Difendere una fabbrica, in quel momento, voleva dire difendere il futuro.
E poi Novi Ligure, il 25 aprile, con l’orazione ufficiale dell’onorevole Federico Fornaro. Un passaggio importante, perché ha ricordato una verità che oggi qualcuno prova ancora a confondere: il 25 aprile è una festa. Deve essere una festa.
Per me è stato anche un privilegio enorme poter vivere quel momento con seduto al mio fianco uno di quei ragazzi che il 25 aprile c’era davvero: il compagno Franco Soffiantini, classe 1930. Una presenza che dà corpo alla memoria, che ci ricorda che la Liberazione non è una formula, ma una storia fatta di vite, scelte, coraggio.
È la festa della Liberazione perché donne e uomini, ragazze e ragazzi, partigiane e partigiani, lavoratrici e lavoratori, militari e civili scelsero di non voltarsi dall’altra parte. Alcuni morirono, altri sopravvissero, tutti contribuirono a regalarci un’Italia libera e democratica.
La pacificazione c’è stata. È stata scelta anche da chi aveva combattuto il fascismo. Basti pensare all’amnistia Togliatti, voluta in un passaggio difficilissimo della nostra storia per provare a ricostruire un Paese lacerato. Ma pacificazione non significa parificazione.
Tutti i morti meritano pietà umana. Ma non tutte le scelte sono uguali.
C’è chi morì dalla parte sbagliata della storia, difendendo la dittatura, la guerra, la Repubblica di Salò, la collaborazione con il nazismo. E c’è chi morì lottando per liberarci da tutto questo.
La lotta partigiana non fu un dettaglio. Fu ciò che permise all’Italia di liberarsi, non semplicemente di essere liberata. Fu Resistenza di popolo, politica, civile e militare. Fu il seme della Repubblica nata con il referendum del 2 giugno 1946, di cui quest’anno celebriamo gli 80 anni.
Per questo basta con la retorica, basta con la riscrittura della storia, basta con l’idea che il 25 aprile possa essere svuotato, addomesticato, reso neutro.
Quella guerra civile, quella guerra fratricida iniziata nel 1943 e conclusa con la Liberazione, si chiama e si dovrà sempre chiamare Guerra di Liberazione.
Il 25 aprile sarà sempre la Festa della Liberazione.
Perché tanti ragazzi di 18, 19, 20 anni ebbero la forza di immaginare un mondo diverso da quello in cui erano nati e cresciuti. E quel mondo, con il loro sacrificio, lo hanno consegnato a noi.
Difenderlo è un dovere morale, civile e politico.
Difenderlo dalla nostalgia, dall’indifferenza, dalla falsificazione della storia.
Difenderlo con la forza della memoria, della democrazia, dell’antifascismo.
Ora e sempre Resistenza.
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Fino a quando il presidente del senato considererà il termine fascista un complimento con quale coraggio si può definire il 25 aprile festa della liberazione?