Non fosse stato per la barba ormai divenuta bianca, il suo viso non lasciava trapelare l’età che aveva. L’ultima volta che ho visto Claudio Debetto, era in occasione della manifestazione del 1° maggio di quest’anno a Novi.
Abbiamo parlato di tante cose; era stato lui, insieme a Mario, che, nel 1974, mi aveva proposto di entrare a tempo pieno nel sindacato, la Cisl. Facevo il quinto anno di studi in una scuola serale, la proposta aveva sconvolto positivamente la mia vita, a poche settimane dall’esame di maturità: gettai i libri alle ortiche e dopo pochi giorni fui assunto al Sindacato; sapevo bene che anche al Sindacato avrei dovuto studiare, non più la partita doppia ma i contratti collettivi di lavoro, lo statuto dei lavoratori e tante altre cose e ne ero entusiasta.
Claudio dopo qualche anno tornò in fabbrica, per poi tornare al Sindacato a tempo pieno al mio posto quando me ne andai dalla Federchimici, una specie di staffetta. Forse la mia assunzione non era stata gradita da qualcuno, così come fu il rientro di Claudio al mio posto. Ma dovette farsene una ragione.
Parafrasando il titolo di un libro, erano davvero formidabili quegli anni, era una discussione continua, anche quando nella pausa pranzo, ci si ritrovava nell’ufficio in fondo al lungo corridoio a consumare su una scrivania il contenuto della schiscetta che avevamo portato da casa. Prima di allora non sapevo cos’era la schiscetta. Claudio lo sapeva, lui aveva lavorato in una fabbrica metalmeccanica.
Insieme ad altri fu uno dei miei maestri, mi fecero capire che se volevo fare il sindacalista dovevo abbandonare tutte le mie teoriche certezze, cercando di capire perché certi lavoratori avevano determinati comportamenti, diversi da quelli previsti dai contratti sindacali, non certo per condividerli, ma cercando di modificarli facendo capire loro i vantaggi che ne avrebbero avuti con l’applicazione del contratto nazionale di lavoro e delle leggi in vigore.
Fu pochi mesi dopo la mia assunzione che Claudio mi portò in un’azienda di Tortona. Il capannone era deserto, pieno di tavoloni, ricoperti di lettere prestampate, ma non c’era nessuno al lavoro. L’attività di quell’azienda consisteva nell’ “accalappiare” per posta le persone e convincerle che potevano, per esempio, smettere di fumare o guarire da una malattia, assumendo delle pastiglie, costose, che la Ditta poteva fornire loro (aria fritta). Ma non c’era più lavoro perché nessuno rispondeva più agli inserti pubblicitari inseriti in alcune importanti riviste.
Il titolare spiegò che se avesse avuto le risorse necessarie, sarebbe volato negli States, per copiare nuovi prodotti e ricominciare a gabbare il prossimo. Uscendo eravamo entrambe scandalizzati. Forse Claudio mi aveva portato con sè per farmi capire che anche quella era la realtà del lavoro, tutte le mie certezze teoriche cresciute negli anni delle lotte sessantottine erano miseramente crollate sotto quel capannone deserto e spoglio, dove la legge 300, lo statuto dei lavoratori, non era mai entrato e quei lavoratori che per noi non avevano un volto, non sarebbero mai più rientrati. Fu una lezione, come si dice, sul campo, che Claudio aveva voluto darmi, senza dichiararla a priori.
Claudio ora se ne è andato in punta di piedi, senza far rumore, come senza far rumore ha dedicato la sua vita alle persone che “hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” come recita la Costituzione della nostra Repubblica, nata dalla Resistenza e sulle ceneri del fascismo.
Ciao Claudio.
Lorenzo Robbiano
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