Qualcuno ricorderà quel ragazzo intervistato durante le manifestazioni contro l’Expo di Milano nel 2015. Alla domanda sul perché di tutta quella violenza, la risposta fu più o meno: «Minchia boh, bordello!». Ecco, guardando quello che è successo venerdì a Novi Ligure, per un momento mi è sembrato di tornare a quella scena.

Ma attenzione a non fare di tutta l’erba un fascio. Anche a Novi c’erano ragazzi che volevano manifestare, con motivazioni e rivendicazioni legittime. Così come ad Alessandria, dove mi ha colpito particolarmente l’intervista a una ragazza che spiegava con chiarezza le ragioni della protesta.

E allora perché lasciare che tutto questo venga oscurato da qualche teppista incappucciato, interessato soltanto a spaccare qualcosa? Credo che sia proprio questo il punto su cui riflettere, soprattutto rivolgendomi ai ragazzi.

Una manifestazione deve poter essere scomoda. Deve disturbare, far discutere, mettere in difficoltà chi governa. Ma prima ancora di scendere in piazza, per protestare serve una cosa fondamentale: organizzarsi.

Organizzarsi significa innanzitutto confrontarsi, discutere, magari anche litigare tra idee diverse. Significa fare assemblee, costruire un coordinamento studentesco, capire insieme per cosa si vuole manifestare, contro quali scelte e soprattutto con quali obiettivi.

Perché non basta sapere di essere arrabbiati. Bisogna anche sapere cosa si vuole cambiare.

Ma organizzarsi serve anche a un’altra cosa, altrettanto importante: gestire e difendere la propria manifestazione.

Una volta esisteva quello che veniva chiamato servizio d’ordine. Un gruppo di persone che, all’interno di una manifestazione, contribuiva a organizzarla e a mantenerne il controllo. Ecco, non trovo un termine migliore, ma credo che sia qualcosa di cui ci sarebbe ancora bisogno.

Perché se un gruppo di studenti organizza una protesta, ne discute gli obiettivi e decide come svolgerla, deve anche essere in grado di non lasciare che qualcuno arrivi, magari incappucciato e con un casco in testa, e trasformi tutto in una giornata di vandalismo.

Chi vuole entrare nelle scuole con i motorini, danneggiare gli edifici o cercare lo scontro con la polizia a tutti i costi, senza nemmeno interessarsi alle ragioni della protesta, non è un manifestante più radicale. È un teppista.

E devono essere proprio i ragazzi che quella manifestazione l’hanno organizzata a prendere le distanze per primi, a isolarlo, a impedirgli di appropriarsi di una protesta che non gli appartiene. Con un’organizzazione interna capace di gestire il corteo, senza alimentare ulteriori scontri.

Non significa rendere le manifestazioni più tranquille o meno incisive. Significa esattamente il contrario: essere padroni della propria protesta, dei suoi obiettivi e delle forme con cui si vuole portarla avanti.

E non è soltanto una questione di ordine pubblico. È soprattutto una questione di efficacia politica.

Viviamo in una democrazia. Le leggi si fanno in Parlamento e le scelte politiche si cambiano anche spostando l’opinione pubblica, rendendo visibili problemi che chi governa magari preferirebbe ignorare.

C’è però un aspetto che spesso si sottovaluta: in Italia, e ancora di più in territori come la provincia di Alessandria, i giovani rappresentano una parte minoritaria dell’elettorato. La maggioranza degli elettori appartiene a generazioni più adulte, spesso molto più anziane.

Questo significa che, se volete cambiare qualcosa, dovete riuscire a far arrivare le vostre ragioni anche a loro. Non per chiedere il permesso di protestare, né per rendere le proteste più educate o meno incisive. Ma perché quelle persone votano, contribuiscono a formare l’opinione pubblica e possono sostenere, oppure ostacolare, le vostre rivendicazioni.

E se ciò che arriva loro di una manifestazione sono soltanto immagini di vandalismo, petardi e persone incappucciate, quale sarà il risultato?

Che non si parlerà più dei problemi delle scuole, dei diritti degli studenti o del loro futuro. Si parlerà soltanto della violenza. E chi vuole screditare quelle proteste avrà avuto un assist perfetto.

È questo il paradosso: chi pensa di rendere più forte una protesta spaccando qualcosa finisce spesso per fare un favore proprio a chi quella protesta vuole delegittimarla.

Per questo organizzarsi e isolare i teppisti non significa prendere le distanze dalla protesta. Significa difenderla, non permettere a qualcuno che vuole soltanto fare casino di decidere quale immagine debba arrivare di centinaia di ragazzi che hanno qualcosa da dire.

Perché manifestare non significa soltanto farsi sentire. Significa cercare di cambiare qualcosa.

E per cambiare qualcosa, bisogna sapere cosa si vuole ottenere, organizzarsi per riuscirci e soprattutto convincere anche chi, almeno all’inizio, non la pensa come noi.

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