Qualche pensiero sulla proposta di Graziano Moro di una stazione a ponte che “ricucia” le due parti di città divise dalla linea ferroviaria. Comincio con un ricordo: nato e cresciuto in via Cavour fino al secondo anno di scuola elementare, frequentata alle Pascoli, mi sono trasferito con la mia famiglia in un appartamento di nuova costruzione in via Garibaldi, acquistato con mutuo ventennale dai miei genitori. Nel più classico standard delle scelte di miglioramento abitativo della fase del boom. 

Papà lavorava a Genova, all’Ansaldo; partiva ogni mattina con il treno delle 6.30. Ricordo che, prima di compiere la scelta definitiva dell’acquisto, tutti insieme, papà, mamma e mia sorella, una domenica avevamo percorso il tratto di strada dal luogo in cui stava sorgendo il palazzo individuato e la stazione, perché a quell’ora del mattino, estate e inverno, presumibilmente (come poi è stato) fino all’età della pensione, qualche minuto di spostamento poteva fare la differenza. E la scelta fu poi favorita dal fatto che già allora si raccontava non di un ponte ma di un sottopasso che avrebbe reso più veloce raggiungere la stazione e, alla sera, il ritorno a casa.

Ripensandoci non ho mai vissuto Novi come “divisa” (oggettivamente lo è, lo vediamo ad ogni minimo intoppo ad uno dei tre punti di passaggio automobilistico che attraversano la ferrovia): parrocchia e oratorio erano per me quelli di san Pietro e fin da piccolo avevo imparato a raggiungerli a piedi, ugualmente in centro erano quasi tutti i negozi, ma attorno a casa avevamo la latteria, il negozio di alimentari di Talein, lo studio del dottor Lombardi era proprio nel palazzo accanto. A pochi passi anche il forno, il verduriere, Pavese il ciclista utilissimo allora quando le forature erano così frequenti, per le strade in parte non ancora asfaltate. 

La scuola inizialmente più vicina di prima. Ma questo è durato poco, erano gli anni dell’esplosione demografica e migratoria e la mia sezione venne trasferita ai Frati, dove si facevano i turni, una settimana al mattino e una al pomeriggio.

Questo per dire che fatico a sentire la ferrovia come una cesura tra due parti di città. D’altra parte, al di là della ferrovia c’erano già da tempo edifici pubblici: l’asilo Garibaldi e le scuole Pascoli (queste ultime degli anni venti), la caserma di fine ottocento allora operativa, l’ONMI del periodo fascista e poi asilo nido e anche abitazioni persino più lontane, in viale Rimembranza, dove alcuni edifici tuttora esistenti sono stati realizzati negli anni trenta. E non sono cascinali inglobati dall’espansione edilizia.

Pur non sentendo quindi questa necessità di ricucire due parti di città, devo riconoscere di aver provato fin dalla prima volta che l’ho sentita esporre una certa attrazione nei confronti di questa proposta, soprattutto perché Graziano Moro nel sostenerla dimostra coraggio, capacità di puntare in alto, visione. Mi verrebbe da dire “classe 1955”, non so se mi spiego. Ma si tratterebbe di autocelebrazione.

Per questo suggerisco, a me per primo, di applicare a questa proposta la tecnica “dell’avvocato dell’angelo”, strumento di creatività e di lavoro di gruppo che prevede di fare il contrario di ciò che ci viene sempre spontaneo, specie in politica, cioè snocciolare immediatamente le ragioni del no, le obiezioni dell’adulto normativo che è in ciascuno di noi: costi, reale utilità, gestione, tempi di realizzazione. E poi commenti ironici, con paralleli fin troppo facili con il ponte sullo stretto.

La tecnica dell’avvocato dell’angelo (cosa seria, sono stati scritti articoli e libri sulla sua applicazione, fior di consulenti si fanno pagare per insegnarla) impone appunto di fare il contrario: iniziare qualunque commento dicendo e pensando “Quello che mi piace della tua idea è…” individuando tutti gli aspetti positivi della proposta. 

Si svilupperà un dibattito del tutto diverso, che probabilmente non porterà ad un consenso sull’idea iniziale tal quale, ma farà nascere qualcosa di nuovo, positivo, diverso e migliore dell’idea di partenza e che tutti sentiranno almeno in parte come proprio.

In questo modo le aziende vincenti, ma non solo loro, sviluppano i migliori prodotti e le migliori soluzioni. Perché non provarci anche noi?

Una risposta a “La stazione a ponte e l’avvocato dell’angelo.”

  1. Avatar Tri

    In che modo la presenza di edifici pubblici storici influenza la percezione delle divisioni urbane, come quelle create dalle ferrovie, nello sviluppo della città? regards Telkom University Jakarta

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