Diecimila tonnellate di acciaio per garantire appena una ventina di giorni di lavoro, oltre otto miliardi di debiti, migliaia di dipendenti in cassa integrazione e una scadenza decisiva fissata al 9 novembre. Sono i numeri che raccontano la crisi dell’ex Ilva, emersi durante il Consiglio comunale aperto di lunedì 26 ottobre al Museo dei Campionissimi di Novi Ligure. Una crisi che va ben oltre i confini dello stabilimento novese e pone una domanda fondamentale: l’Italia può permettersi di rinunciare alla propria produzione siderurgica?
Al museo dei campionissimi sorto devo un tempo era la vecchia ferriera progenitrice dell’Ilva, davanti a circa 400 persone tra lavoratori (non troppi quelli dell’ex Ilva), cittadini, rappresentanti sindacali e istituzionali, si è discusso non soltanto del futuro di una fabbrica, ma di quello di un intero sistema produttivo.
Un tempo un muro lungo via Ovada separava fisicamente la città dallo stabilimento siderurgico. Quel muro oggi non esiste più, ma il destino della fabbrica continua a condizionare profondamente quello della comunità novese.
La serata si è svolta inoltre in un clima segnato dalle notizie giudiziarie riguardanti l’ex amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, destinataria, secondo quanto riferito durante il dibattito, di una misura cautelare agli arresti domiciliari. L’eurodeputato Gaetano Pedullà ha annunciato un’interrogazione alla Commissione europea per chiedere chiarimenti sull’utilizzo dei finanziamenti comunitari.
Ma sono soprattutto cinque questioni, emerse dagli interventi, a dare la misura della gravità della situazione.
Diecimila tonnellate di acciaio: appena venti giorni di lavoro
Il primo dato riguarda la produzione. Il commissario straordinario Giancarlo Quaranta si è impegnato a garantire l’arrivo a Novi Ligure di 10mila tonnellate di coils, i grandi rotoli di acciaio destinati alla lavorazione, entro febbraio 2027.
Un annuncio che, tradotto in giornate lavorative, assume proporzioni ben diverse.
Lo stabilimento novese ha una capacità produttiva teorica di circa 1,2 milioni di tonnellate all’anno e in passato ha lavorato su volumi compresi tra 300mila e 600mila tonnellate. Le 10mila tonnellate promesse garantirebbero, secondo le valutazioni emerse durante il Consiglio, appena 10-20 giorni di attività.
In termini quantitativi rappresentano meno dell’1% della capacità produttiva annuale teorica.
«Ma allora di che cosa stiamo parlando? Se questo impegno dei commissari per procurarsi questo materiale significa a febbraio una ripresa di dieci giorni, così non va bene», ha osservato il sindaco Rocchino Muliere.
Il problema, infatti, non è soltanto far ripartire temporaneamente gli impianti, ma assicurare continuità produttiva, commesse e prospettive industriali. Senza un flusso regolare di materia prima, ogni ripartenza rischia di trasformarsi in una breve parentesi tra due periodi di fermata.
Tre milioni di euro di perdite ogni giorno
Il secondo elemento riguarda la situazione finanziaria del gruppo.
Durante il suo intervento, il segretario provinciale della Fiom Maurizio Cantello ha illustrato dati che descrivono una situazione estremamente critica.
Nel primo semestre del 2026 Acciaierie d’Italia avrebbe accumulato perdite nette per 551 milioni di euro, equivalenti a circa 3 milioni al giorno. L’esposizione debitoria complessiva avrebbe raggiunto, alla fine di giugno, gli 8 miliardi e 480 milioni di euro.
Numeri che sollevano interrogativi sulla sostenibilità della gestione e sulle risorse necessarie per mantenere in vita gli stabilimenti.
La crisi affonda le radici in una lunga successione di gestioni industriali, dalla famiglia Riva ad ArcelorMittal, fino all’amministrazione straordinaria.
Le organizzazioni sindacali contestano in particolare il progressivo ridimensionamento dei volumi produttivi, la carenza di investimenti e manutenzioni e l’incapacità di costruire un piano industriale capace di garantire un futuro al gruppo.
Il rischio è che il continuo impiego di risorse per fronteggiare le emergenze non sia accompagnato da un corrispondente recupero della capacità produttiva.
Il piano alternativo mai decollato: acquistare acciaio dall’estero per salvare gli stabilimenti del Nord
La terza questione riguarda il rapporto tra Taranto e gli stabilimenti del Nord Italia. Novi Ligure, Genova Cornigliano e Racconigi costituiscono una parte importante del sistema di lavorazione a freddo dell’acciaio. Questi impianti dipendono dalla disponibilità dei semilavorati prodotti nell’area a caldo di Taranto oppure acquistati sul mercato.
Già nel dicembre 2025, amministrazioni locali e sindacati avevano chiesto di predisporre un piano alternativo, fondato sull’approvvigionamento di coils da fornitori esterni.
L’obiettivo era semplice: consentire agli stabilimenti del Nord di continuare a lavorare anche in presenza di difficoltà produttive a Taranto.
Una soluzione che avrebbe potuto salvaguardare almeno una parte delle attività e dell’occupazione, pur comportando costi di approvvigionamento da valutare.
La proposta, secondo quanto denunciato dai rappresentanti sindacali, non ha trovato un’attuazione tempestiva.
Emblematico il caso di Racconigi, dove lo stabilimento risulta fermo da oltre otto mesi. L’organico sarebbe passato da circa 150 a 70 lavoratori, mentre gli impianti restano inutilizzati.
A rendere ancora più incerto lo scenario contribuisce il contenzioso giudiziario relativo all’area a caldo di Taranto, con la scadenza del 30 ottobre indicata per la sospensione delle attività e il procedimento sottoposto al vaglio della Corte di Cassazione.
La dipendenza degli stabilimenti settentrionali dalla produzione pugliese rende quindi urgente individuare fonti alternative di approvvigionamento.
È una contraddizione evidente: per salvare l’industria siderurgica italiana si propone di acquistare acciaio prodotto all’estero. Una soluzione potenzialmente necessaria nell’immediato, ma che non risolve il problema strategico della capacità nazionale di produrre acciaio.
Novemila lavoratori in cassa integrazione e il rischio di un Natale senza stipendio
Il quarto punto riguarda le conseguenze sociali della crisi.
A Novi Ligure sono 515 i lavoratori interessati dalla cassa integrazione, su un organico di poco superiore alle 540 unità. A livello nazionale il numero dei dipendenti coinvolti dagli ammortizzatori sociali si avvicina alle 9mila persone.
A questi si aggiungono i lavoratori dell’indotto: manutenzione, trasporti, servizi e imprese che dipendono direttamente o indirettamente dall’attività degli stabilimenti siderurgici.
Ma alla riduzione del reddito si aggiunge un ulteriore problema.
Il passaggio al pagamento diretto della cassa integrazione da parte dell’INPS, senza l’anticipazione aziendale, rischia di determinare ritardi di due o tre mesi nell’erogazione delle somme.
Una prospettiva particolarmente preoccupante con l’avvicinarsi delle festività natalizie.
Per evitare che migliaia di famiglie rimangano temporaneamente senza entrate, le Regioni Piemonte e Liguria hanno lavorato a un’intesa con il sistema bancario per anticipare i trattamenti di cassa integrazione, assumendosi il costo degli interessi.Una misura di emergenza importante, che tuttavia non può rappresentare la soluzione definitiva.
«A nessuno piace andare in cassa integrazione. Non siamo amanti della cassa integrazione, vogliamo solo lavorare in sicurezza», ha ricordato il segretario generale della Uilm Alessandria Alberto Pastorello. Parole che sintetizzano il sentimento emerso più volte durante la serata: i lavoratori non chiedono soltanto sostegni economici, ma la possibilità di tornare a produrre.
Il 9 novembre la scadenza decisiva: vendita unitaria o spezzatino industriale?
La quinta questione riguarda il futuro proprietario dell’ex Ilva. Il prossimo 9 novembre è indicato come termine per la presentazione delle offerte vincolanti per l’acquisizione degli impianti. Tra i soggetti che hanno manifestato interesse figurano il gruppo indiano Jindal, una cordata ceca, un consorzio di imprenditori italiani e un fondo di investimento.
Il nodo principale non riguarda soltanto chi acquisterà, ma soprattutto che cosa intenderà acquistare e con quale progetto industriale.
Sindacati e amministratori locali chiedono che venga preservata l’unitarietà del gruppo, evitando quello che viene definito il rischio dello «spezzatino»: la vendita separata degli stabilimenti, con la possibilità che alcuni siti vengano valorizzati e altri progressivamente abbandonati.
Nel dibattito è emersa anche la questione dell’intervento pubblico.
Da più parti è stata sostenuta la necessità di una presenza diretta dello Stato nella proprietà e nella gestione della siderurgia, considerata strategica per l’economia nazionale.
Il deputato della Lega Riccardo Molinari ha richiamato invece le difficoltà giuridiche ed economiche di una simile operazione, con particolare riferimento alla disciplina europea sugli aiuti di Stato e ai vincoli connessi all’amministrazione straordinaria.
Sul tavolo rimangono inoltre gli enormi investimenti necessari per la riconversione ambientale degli impianti, i costi delle emissioni di CO₂ e le questioni legate alle responsabilità nella gestione dell’area a caldo.
Non si tratta quindi soltanto di trovare un compratore, ma di individuare un modello industriale ed economico sostenibile.
La proposta di Novi: un accordo di programma per difendere lo stabilimento
Nel corso del Consiglio comunale il sindaco Muliere ha avanzato una proposta rivolta al presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio: costruire un accordo di programma specifico per il territorio novese, sul modello di quello già sperimentato a Genova. Uno strumento attraverso il quale definire impegni precisi su investimenti, manutenzioni, continuità produttiva, tutela dell’occupazione e formazione professionale.
L’obiettivo sarebbe quello di dare allo stabilimento di Novi Ligure maggiori garanzie, indipendentemente dall’evoluzione della vicenda societaria nazionale.
Un accordo che, naturalmente, dovrebbe essere accompagnato da risorse concrete e obblighi verificabili per i soggetti coinvolti.
La vera domanda: l’Italia vuole ancora produrre acciaio?
La crisi dell’ex Ilva non è soltanto una vertenza sindacale e neppure esclusivamente un problema ambientale o finanziario.
L’acciaio è una materia prima fondamentale per l’industria automobilistica, la meccanica, le costruzioni, gli elettrodomestici, le infrastrutture e numerose altre produzioni.
La sua disponibilità costituisce uno degli elementi su cui si fonda la competitività del sistema manifatturiero.
Perdere una parte significativa della capacità siderurgica nazionale significherebbe aumentare la dipendenza dalle importazioni, con conseguenze sui costi, sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla tenuta delle filiere industriali.
Naturalmente, produrre acciaio in Italia comporta anche la necessità di affrontare seriamente i problemi ambientali, soprattutto a Taranto, e di investire in tecnologie meno inquinanti. La tutela dell’occupazione e quella della salute non possono essere considerate obiettivi alternativi.
La serata di Novi Ligure ha restituito l’immagine di una comunità che non intende rassegnarsi alla progressiva scomparsa della propria industria. Ma ha anche mostrato quanto sia ormai ridotto il tempo a disposizione.
Tra la scadenza giudiziaria del 30 ottobre, quella commerciale del 9 novembre e le forniture di materia prima promesse soltanto per febbraio, le prossime settimane saranno decisive per capire quali prospettive concrete possano essere offerte agli stabilimenti.
Resta una domanda che riguarda l’intero Paese, non soltanto Novi, Genova o Taranto: può una delle maggiori potenze manifatturiere europee rinunciare a una parte strategica della propria produzione di acciaio, oppure è ancora possibile costruire un progetto industriale capace di conciliare lavoro, ambiente e competitività?
Per i lavoratori dell’ex Ilva, dopo anni di annunci, la risposta non potrà arrivare soltanto dalle parole. Serviranno materie prime, investimenti, commesse e impianti finalmente in funzione.
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