Lo stabilimento ex Ilva di Novi Ligure rischia di fermarsi entro poche settimane. Le scorte di acciaio disponibili dovrebbero esaurirsi tra la metà e la fine di novembre, mentre le nuove forniture annunciate dai commissari straordinari non arriveranno prima dei prossimi mesi e saranno comunque insufficienti a garantire la continuità produttiva. È questo il quadro allarmante emerso dal Consiglio comunale aperto che si è svolto lunedì 26 ottobre al Museo dei Campionissimi, davanti a circa 400 persone tra lavoratori, cittadini, rappresentanti sindacali, amministratori e parlamentari.

I numeri descrivono una crisi che rischia di compromettere definitivamente il futuro industriale dello stabilimento novese. A fronte di una capacità produttiva superiore a 1,2 milioni di tonnellate annue, la produzione si è progressivamente ridotta fino a circa 300 mila tonnellate. Una contrazione che ha già pesantemente ridimensionato l’attività della fabbrica e che ora rischia di trasformarsi in un arresto pressoché totale.

Sul fronte occupazionale, le prospettive sono altrettanto preoccupanti: 515 lavoratori su 543 complessivi rischiano di essere collocati in cassa integrazione straordinaria. In pratica, quasi tutta la forza lavoro dello stabilimento.

La crisi di Novi è strettamente collegata a quella di Taranto, da cui dipende l’approvvigionamento di acciaio da lavorare negli stabilimenti del Nord. Alle difficoltà produttive e finanziarie si aggiungono le conseguenze del provvedimento della Corte d’Appello di Milano, che ha disposto la fermata dell’area a caldo entro il 30 ottobre, salvo eventuali interventi della Corte di Cassazione.

La soluzione dei coils esterni arriva troppo tardi

Uno dei punti centrali del confronto riguarda la possibilità di acquistare coils e semilavorati da produttori esterni, per consentire agli stabilimenti del Nord-Ovest di continuare a lavorare anche in assenza delle forniture provenienti da Taranto.

Il sindaco Rocchino Muliere ha ricordato che questa soluzione era stata proposta già nel dicembre 2025. A distanza di quasi un anno, tuttavia, non è stata ancora attuata in misura sufficiente a garantire la continuità produttiva.

I commissari straordinari hanno annunciato l’arrivo di 10 mila tonnellate di coils entro febbraio 2027, ma si tratta di un quantitativo che, secondo le stime illustrate, consentirebbe appena 15-30 giorni di lavorazione.

Una prospettiva che non risolve il problema strutturale: anche qualora le forniture arrivassero nei tempi previsti, lo stabilimento rischierebbe di ripartire soltanto per fermarsi nuovamente dopo poche settimane.

Il problema, quindi, non è soltanto superare l’emergenza di novembre, ma garantire un flusso continuativo di materiale e un portafoglio ordini adeguato a mantenere in attività gli impianti.

Una crisi che riguarda l’intero sistema industriale

Nel suo intervento introduttivo, Muliere ha richiamato il legame storico tra Novi Ligure e la siderurgia, sottolineando come il futuro della fabbrica non possa essere considerato una questione esclusivamente locale.

Lo stabilimento novese produce acciai di qualità destinati a comparti strategici dell’industria italiana, dall’automotive agli elettrodomestici fino all’agroalimentare. La sua progressiva marginalizzazione rappresenterebbe quindi una perdita non soltanto occupazionale, ma anche di capacità industriale e competenze produttive.

A preoccupare è inoltre la situazione dell’indotto, costituito da imprese di manutenzione, trasporto, logistica e servizi che dipendono direttamente o indirettamente dall’attività dello stabilimento.

Il rischio è che una fermata prolungata determini conseguenze economiche ben più ampie dei soli posti di lavoro direttamente coinvolti, compromettendo un sistema produttivo costruito nel corso di decenni.

Nel dibattito è emersa anche la necessità di evitare che l’inattività degli impianti provochi un ulteriore deterioramento delle strutture. Senza un adeguato programma di manutenzione e sicurezza, infatti, una futura ripresa potrebbe diventare ancora più complessa e costosa.

Il ruolo dello Stato e la richiesta di un piano industriale

Dagli interventi dei rappresentanti sindacali e politici è emersa la richiesta di un intervento pubblico capace di garantire un futuro alla siderurgia italiana.

Non basta, secondo le posizioni espresse nel corso della seduta, gestire la crisi attraverso il ricorso agli ammortizzatori sociali. Occorre un piano industriale credibile, sostenuto da investimenti, che definisca quantità produttive, approvvigionamenti, prospettive occupazionali e ruolo dei diversi stabilimenti.

Particolare attenzione è stata dedicata agli impianti del Nord-Ovest, per i quali è stato costituito un tavolo permanente interregionale Piemonte-Liguria, promosso con il coinvolgimento dei presidenti Alberto Cirio e Marco Bucci.

L’obiettivo è difendere il sistema produttivo dell’area a freddo, che comprende Novi Ligure, Genova e Racconigi, evitando che le difficoltà di Taranto si traducano nella paralisi dell’intera filiera.

Sul piano delle misure immediate, l’assessore regionale Enrico Bussalino ha confermato l’impegno del Piemonte a sostenere gli interessi passivi relativi all’anticipo bancario della cassa integrazione, per limitare le difficoltà economiche dei lavoratori coinvolti.

Novembre sarà il mese decisivo

Il Consiglio comunale aperto ha mostrato una città ancora profondamente legata alla propria fabbrica. La presenza di circa 400 persone al Museo dei Campionissimi testimonia quanto il futuro dell’ex Ilva sia avvertito come una questione che coinvolge l’intera comunità.

Ma il tempo a disposizione è ormai ridottissimo. Se non arriveranno nuove forniture, entro poche settimane la produzione potrebbe fermarsi, lasciando quasi tutti i dipendenti in cassa integrazione.

La questione centrale resta dunque una: come garantire la continuità produttiva dello stabilimento di Novi Ligure, senza attendere che venga risolta l’intera crisi di Taranto?

L’acquisto di semilavorati sul mercato esterno potrebbe rappresentare una risposta immediata, ma senza una strategia industriale di lungo periodo rischierebbe di trasformarsi nell’ennesima soluzione temporanea.

Per Novi Ligure la posta in gioco non è soltanto la sopravvivenza di una fabbrica, ma la possibilità di conservare un patrimonio di lavoro, competenze e produzione industriale che costituisce una parte fondamentale dell’economia del territorio.

Ti è piaciuto questo articolo? Offrici un caffè con Ko-Fi

Segui il moscone su Telegram per ricevere una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo articolo https://t.me/ilmoscone

Di Moscone

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com