Negli ultimi giorni – anzi ormai settimane – pare diventato impossibile per il novese medio aprire un qualsiasi social network senza essere inondato dai post di polemica riguardanti il Liceo cittadino. Una polemica insipida, sterile, faziosa (come ormai lo è quasi ogni dibattito in Italia, a tutti i livelli), a tratti nauseante: è per l’appunto un vago senso di nausea ciò che percepiamo inevitabilmente alla decima ricorrenza del verbo “indottrinare” nei commenti di qualche indignato utente che ha sentito l’urgenza di dire la sua sulla vicenda, esibendosi nell’ennesima anatematica invettiva.

Ed è con il medesimo senso di nausea che ci accingiamo dunque a scrivere questo nostro commento, che andrà a ingrossare i fiumi di inchiostro virtuale già versati in proposito; ma in un mondo che sembra davvero andare al contrario – per usare le parole del Generale -, in cui la sinistra è diventata la più accanita detrattrice di Israele (sì, quella sinistra che fino a 3 anni fa andava paventando la “pericolosa recrudescenza di antisemitismo” a ogni pie’ sospinto, ve la ricordate?), in cui qualunque cittadino si sente in diritto e forse anche in dovere di giudicare l’operato di un Preside e d’un intero corpo docente, in cui una giornalista di Rai3 (canale un tempo notoriamente vicino alla sinistra, ma del resto ai giorni di TeleMeloni che senso hanno più queste distinzioni?) imbastisce un servizio di testimonianze studentesche tagliate e cucite ad hoc per confermare le pretestuose posizioni del programma e alimentare lo sciacallaggio mediatico, in un mondo insomma in cui pare d’aver imboccato l’autostrada contromano, tante sono le cose che vanno al contrario, ci sembrava necessario raccogliere qualche riga di pensiero, per chiarire anzitutto a noi stessi quale sia la portata dell’accaduto.

Tralasciamo infatti le questioni più contingenti, come il fatto che tutto lo tsunami sia nato da un mero errore metodologico nella comunicazione della dirigenza alla base dell’accaduto, e per convincersene basta considerare che anche altri licei della provincia avevano esteso un analogo invito agli studenti per l’evento del 10 ottobre, ma con termini che più esplicitamente sottolineavano la natura volontaria ed extrascolastica dell’eventuale partecipazione: ciò basterebbe a evidenziare come la vicenda sia stata ingigantita a dismisura, laddove avrebbe potuto essere liquidata con una semplice precisazione (come quella poi effettivamente pubblicata dalla scuola), risparmiando lo spreco di tempo e danaro a ispettori, Ministri, giornalisti e politici vari, la gogna mediatica all’istituto e le varie summenzionate nausee a noi cittadini.

Vogliamo anche astenerci da qualunque attestazione di stima nei confronti del nostro ex Liceo, che non solo sarebbe inattendibile perchè viziata dall’affetto che ci lega ai Professori di quella scuola, dei quali abbiamo saggiato per cinque anni competenza e professionalità, ma risulterebbe anche inutile poiché a certificare il prestigio dell’Amaldi vi sono ogni anno voci ben più autorevoli della nostra, che collocano il Liceo novese ai vertici del panorama provinciale (e non solo) per qualità formativa e preparazione degli studenti. Per essere anzi quanto più possibile imparziali, ricorderemo incidentalmente come non più tardi di un decennio fa, un Professore dell’istituto, attualmente non più in organico, balzasse agli onori della cronaca locale per accuse di negazionismo mosse da un gruppo di genitori, senza peraltro che la cosa sollevasse l’ombra del clamore mediatico esploso ad oggi, esaurendosi – come forse era giusto – in poche colonne di giornale.

Ma tutto ciò premesso, vorremmo piuttosto concentrarci su un problema ben più generale e trascendente, su cui dovrebbe svilupparsi l’unico vero e utile dibattito circa questi eventi, se non fossimo tutti troppo impegnati a ruggire sui social: è possibile tenere la politica fuori dalle scuole? Attenendoci alla lettera, sembrerebbe di no. L’uomo, diceva un tempo un celebre Maestro, è un animale politico, e la politica è l’arte di vivere nella polis, nella città, sia nel senso più “comunale” del termine sia in quello agostiniano di “Civitas Terrena”, consorzio umano. Chi pretende di estraniarsi dalla politica, proseguiva quel medesimo Maestro, o è posto al di sopra della comunità (Dio) o ne è al di sotto (bestia), e in ogni caso è definibile un “idiota” (parola che nella sua lingua significava “privato”). Se la scuola dunque non è né un allevamento né un pantheon, se al contrario ha come suo primo obiettivo e suprema missione la formazione della nuova comunità di cittadini che abiterà e comporrà la società, appare chiaro come la politica, nel senso più alto e primigenio del termine, non solo non ne possa venire esclusa, ma debba essere semmai l’unica materia di studio, declinata nelle varie discipline che compongono il programma d’indirizzo. Si potrà ora obiettare che questa argomentazione cessa di valere quando dal significato etimologico di politica ci si abbassa a quello partitico, parlamentare, “gaberiano” che vede contrapporsi destra e sinistra.

Ma a ben riguardare la faccenda, che c’entrava la politica partitica e parlamentare con la commemorazione di bambini uccisi dalla guerra, con una manifestazione pacifista, con la solidarietà tra giovani che abitano le due sponde dello stesso mare, se non fossero arrivati i solerti censori politici ad apporre la loro etichetta sulla questione, strumentalizzandola per i propri populistici fini? E come può d’altronde un Professore esimersi dall’inevitabile sconfinamento nel terreno della politica, quando tutti i giorni si trova a dover parlare con i propri studenti di argomenti che hanno a che fare con le più pervasive questioni di attualità? Spiegare che la pena di morte per Beccaria è un omicidio di Stato, significa fare politica? Leggere quel passo di Omero in cui il padre della poesia recita: “Ma questo è un ramingo e di lui bisogna aver cura. Appartengono a Zeus stranieri e mendicanti, tutti” è fare politica? O forse lo è insegnare l’europeismo ante litteram di Dante, le glorie della nostra Resistenza, il cosmopolitismo illuminista di Kant? Se alcuni dovessero rispondere di sì a queste domande, e se disgraziatamente costoro fossero genitori, ci permettiamo di lasciarvi con un consiglio: non mandate i vostri figli a scuola. Né all’Amaldi né in nessun altra.

Perché in ogni scuola queste sono le idee con le quali i vostri pargoli saranno inevitabilmente INDOTTRINATI, a meno che l’ambiente famigliare non riesca ad essere abbastanza oscurantista da reprimere in loro ogni timido tentativo di pensiero libero (e in ciò sta a voi mettercela tutta). Mandateli piuttosto a lavorare appena termina l’obbligo scolastico, insegnate loro i sani valori del successo e del danaro, e vivremo tutti più felici: voi genitori, loro stessi (“La felicità consiste nell’ignoranza del vero”, diceva un giovane) e soprattutto l’attuale classe dirigente, che pone le basi del suo successo e della sua prosperità nella sempre più perfetta e abissale ignoranza dei cittadini.

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