Forse, dopo duemila anni di verità assolute, sarebbe il momento di tornare a credere in qualche dio capriccioso. O, meglio ancora, di smettere di credere che qualcuno possieda la verità. Propongo di tornare pagani.
Non per sacrificare capre a Giove, consultare le viscere degli animali o costruire un tempio a Venere in giardino. E nemmeno perché si debba credere davvero che un signore barbuto scagli fulmini dall’Olimpo. Ma perché, a ben guardare, gli antichi pagani avevano capito qualcosa che noi, dopo duemila anni di progresso religioso, sembriamo aver dimenticato: il mondo è troppo complicato per essere spiegato da un solo dio, da una sola verità, da una sola morale.
Gli dèi greci e romani erano tanti. Ed erano tutt’altro che perfetti. Giove era un donnaiolo impenitente, Giunone una moglie gelosa, Marte un violento, Venere una seduttrice, Dioniso un ubriacone. Persino Minerva, dea della sapienza, ogni tanto perdeva la pazienza.
Insomma, somigliavano agli esseri umani. Con una differenza: erano immortali.
E soprattutto non pretendevano di essere gli unici.
Se incontravi un popolo che adorava un dio sconosciuto, non eri necessariamente obbligato a convincerlo che si sbagliava. Potevi semplicemente aggiungere quel dio alla lista. I Romani lo facevano spesso. Avevano già un pantheon affollatissimo, ma trovavano sempre posto per qualche nuova divinità. Una sorta di multiculturalismo teologico ante litteram.
Naturalmente questo non impediva loro di conquistare, saccheggiare e massacrare. La tolleranza religiosa non coincideva con quella politica. Ma almeno non avevano bisogno di dimostrare che il dio del nemico fosse falso per giustificare una guerra.
Poi sono arrivate le religioni della verità rivelata. Un solo Dio, una sola verità, una sola strada per la salvezza. Un’idea potente, capace di ispirare straordinarie opere di solidarietà, arte e pensiero. Ma anche un’idea che, quando si è saldata con il potere politico, ha fornito argomenti formidabili a chi voleva imporre agli altri la propria visione del mondo.
Perché se io possiedo la verità assoluta e tu non la riconosci, il problema non è più soltanto che la pensiamo diversamente. È che tu sei nell’errore. E se la tua anima è in pericolo, qualcuno potrebbe persino convincersi di farti del bene costringendoti a salvarla.
I pagani, almeno in linea di principio, potevano permettersi il lusso di non avere ragione su tutto.
Ecco perché tornare pagani potrebbe essere un esercizio salutare.
Potremmo recuperare Minerva per ricordarci che la conoscenza è preferibile all’ignoranza. Apollo per coltivare la bellezza e la misura. Dioniso per non dimenticare che siamo fatti anche di passioni, desideri e irrazionalità. Cerere per imparare a rispettare la terra dalla quale dipendiamo. Giano per ricordarci che ogni cambiamento ha due facce e che guardare al futuro senza conoscere il passato è un pessimo affare.
E soprattutto Eros.
Non il puttino alato con arco e frecce, ma quello raccontato da Platone nel Simposio. Figlio di Penìa, la Povertà, e di Pòros, la Risorsa. Povero perché non possiede ciò che desidera, ingegnoso perché non smette mai di cercarlo.
Eros è il contrario di chi possiede una verità definitiva. È la tensione verso ciò che manca, il desiderio di conoscere, la consapevolezza della propria incompletezza.
In fondo è questa la più bella lezione del paganesimo filosofico: non abbiamo bisogno di dèi perfetti che ci dicano cosa pensare. Abbiamo bisogno di simboli che ci aiutino a comprendere le nostre imperfezioni.
Tornare pagani, allora, non significherebbe rinunciare alla ragione per recuperare antiche superstizioni. Significherebbe fare esattamente il contrario: liberare il mito dalla superstizione e restituirgli la sua capacità di raccontare la complessità dell’esistenza.
Potremmo persino recuperare qualche rito. Celebrare il ritorno della primavera, ringraziare la terra per i suoi frutti, ricordare gli antenati, ritrovarci attorno a una tavola per festeggiare il solstizio. Non perché un dio abbia bisogno delle nostre offerte, ma perché noi abbiamo bisogno di ricordarci che facciamo parte della natura e di una comunità.
E magari potremmo sostituire qualche comandamento con una domanda, qualche certezza con un dubbio, qualche anatema con una discussione.
Senza dimenticare che anche il mondo antico aveva i suoi fanatici, le sue persecuzioni e le sue crudeltà. Non esiste un’età dell’oro pagana alla quale tornare. E non serve inventarsela.
Del resto, non sto proponendo di abolire le religioni esistenti, né di impedire a qualcuno di credere in un unico Dio. Sarebbe piuttosto contraddittorio invocare il pluralismo per imporre una nuova ortodossia.
Sto proponendo qualcosa di più semplice e, forse, più sovversivo: smettere di considerare la diversità delle convinzioni un problema da risolvere.
Se qualcuno vuole pregare Cristo, lo faccia. Se qualcun altro vuole rivolgersi ad Allah, altrettanto. Se un terzo preferisce discutere con Atena, brindare a Dioniso o non credere in nessuna divinità, non dovrebbe essere necessario convocare un tribunale teologico.
Forse abbiamo bisogno di meno certezze incrollabili e di più curiosità. Di meno profeti che conoscono già tutte le risposte e di più filosofi capaci di fare domande.
Perciò sì, propongo di tornare pagani.
Non perché gli antichi dèi fossero migliori degli uomini, ma proprio perché non lo erano. Non perché avessero tutte le risposte, ma perché erano abbastanza numerosi da suggerire che potessero essercene molte.
E soprattutto perché, tra un dio che pretende di avere sempre ragione e un dio che ogni tanto sbaglia, il secondo potrebbe almeno insegnarci una cosa preziosa: diffidare di chi sostiene di parlare a nome della verità assoluta. Anche quando quel qualcuno siamo noi stessi.
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