Quasi sette anni fa pubblicavo un video nel quale provavo a ragionare sul futuro dell’ILVA. Non pretendevo allora, e non pretendo oggi, di avere in tasca la soluzione a uno dei problemi industriali e ambientali più complessi del nostro Paese.
Ma una proposta la facevo: trasformare la questione ILVA da problema esclusivamente italiano a grande questione industriale europea, attraverso la costituzione di un soggetto a capitale prevalentemente pubblico europeo, capace di investire nella produzione dell’acciaio e, contemporaneamente, nel risanamento ambientale degli stabilimenti.
Sono passati quasi sette anni. E sulla questione ILVA, purtroppo, le cose sono sostanzialmente peggiorate.
Nel frattempo, però, il mondo è cambiato.
Abbiamo attraversato una pandemia, abbiamo visto l’Europa mobilitare risorse economiche straordinarie attraverso il PNRR, abbiamo assistito allo scoppio di nuove guerre e alla crescita delle tensioni commerciali, dei dazi e delle limitazioni agli scambi internazionali.
Abbiamo soprattutto scoperto quanto possa essere pericoloso dipendere da altri Paesi per le materie prime, l’energia e le produzioni strategiche.
E l’acciaio è una produzione strategica. Lo è per le infrastrutture, per l’industria, per i trasporti, per l’energia e, inevitabilmente, anche per la difesa.
Eppure siamo ancora qui, a discutere di cassa integrazione, di finanziamenti per mantenere in funzione gli impianti, di nuovi possibili acquirenti, di produzione che diminuisce e di bonifiche ancora da completare.
E allora mi pongo una domanda: quanto ci è costato, economicamente, non aver risolto il problema?
Perché in questi anni lo Stato ha continuato a mettere a disposizione miliardi di euro tra finanziamenti, sostegni, ammortizzatori sociali e interventi di varia natura. Nel frattempo abbiamo perso produzione, commesse, mercato e opportunità industriali.
Abbiamo continuato a spendere denaro pubblico senza riuscire a risolvere strutturalmente il problema.
E qui voglio essere chiaro: non sto dicendo che sostenere economicamente i lavoratori sia sbagliato. La cassa integrazione è uno strumento necessario quando un lavoratore rischia di perdere il proprio reddito.
Ma la cassa integrazione non è una politica industriale. È uno strumento che serve a gestire una difficoltà, non a risolverne le cause. Da noi, in Liguria, si usa anche un’espressione dialettale: mettere dei tabuli, dei rattoppi.
È esattamente quello che mi sembra stiamo continuando a fare.
Immaginiamo di avere un tubo con una perdita enorme. Anziché sostituirlo, continuiamo a metterci delle toppe. Ogni tanto ne salta una, l’acqua continua a uscire e noi spendiamo altri soldi per metterne una nuova.
Alla fine, quanto abbiamo speso? E soprattutto, abbiamo risolto il problema? No. Questa, secondo me, è la questione economica che troppo spesso manca nel dibattito sull’ILVA.
Non sto dicendo che investire nella riconversione industriale sarebbe costato meno. Sto dicendo che avremmo potuto utilizzare le risorse pubbliche per costruire una soluzione, anziché continuare a spenderle per gestire le conseguenze della sua assenza.
Un investimento vero avrebbe potuto avere obiettivi precisi: una produzione siderurgica moderna e competitiva, la tutela dell’occupazione e dell’indotto, la riduzione della dipendenza dalle importazioni e, soprattutto, un programma concreto di bonifica ambientale.
Perché c’è un altro problema che continuiamo a rinviare. Se domani l’ILVA chiudesse definitivamente, che cosa rimarrebbe a Taranto?
Rimarrebbe un’area industriale immensa, segnata da decenni di attività, che avrebbe comunque bisogno di interventi ambientali enormi.
E chi dovrebbe pagarli? Lo Stato? La Regione? Il Comune? L’Europa?
Oppure pensiamo davvero che possa arrivare un imprenditore privato disposto a investire miliardi per produrre acciaio in Italia, sostenere i costi energetici e produttivi, competere sul mercato internazionale e, per generosità, assumersi anche il costo di risanare un territorio così vasto?
Le imprese non sono enti di beneficenza. Devono stare sul mercato e produrre utili. È inutile continuare a ragionare come se un investimento privato potesse risolvere automaticamente anche un problema ambientale di interesse pubblico di queste dimensioni.
Ed è proprio qui che, quasi sette anni dopo, torno alla proposta che facevo allora. Perché non affrontare la questione dell’acciaio come una grande questione industriale europea?
Oggi, peraltro, la stessa Commissione europea ha riconosciuto la strategicità della siderurgia, ha presentato un piano europeo per l’acciaio e i metalli e ha proposto nuove misure per rafforzare la produzione industriale europea.
Bene. Allora è proprio questa la strada sulla quale bisogna insistere.
Se riconosciamo che l’acciaio è strategico, dobbiamo anche avere il coraggio di costruire gli strumenti industriali e finanziari necessari a garantirne la produzione.
E l’ILVA potrebbe rappresentare uno dei grandi progetti su cui dimostrare concretamente questa volontà.
Non semplicemente nuovi finanziamenti per arrivare alla prossima scadenza, ma un progetto industriale europeo, sostenuto da capitali pubblici e capace di attrarre investimenti, che metta insieme riconversione produttiva, risanamento ambientale e prospettive occupazionali.
Naturalmente servirebbero competenze, progettazione, tempi certi e una gestione industriale capace di rendere sostenibile l’investimento. Non basta mettere denaro pubblico per garantire un risultato.
Ma il punto è proprio questo: utilizzare le risorse per costruire qualcosa che possa durare, anziché continuare a rincorrere l’emergenza.
E qui sta forse la considerazione più amara.
Quasi sette anni fa pensavo che l’Europa dovesse dimostrare concretamente la propria utilità attraverso grandi politiche industriali comuni.
Oggi quella necessità è ancora più evidente. Nel frattempo abbiamo scoperto di poter mobilitare risorse straordinarie e abbiamo compreso quanto sia importante difendere la nostra capacità di produrre.
Eppure continuiamo a intervenire sull’ILVA come se il problema fosse soltanto arrivare al mese successivo.
Quanti miliardi abbiamo già speso per mettere delle toppe? Quanti ne spenderemo ancora? E quanta ricchezza avremmo potuto produrre se avessimo intrapreso per tempo una strada diversa?
Non so dire se quella che proponevo allora fosse la soluzione migliore. So però che continuare a spendere senza costruire una prospettiva industriale significa rischiare di ritrovarsi, tra altri sette anni, nella stessa situazione. Magari con una fabbrica ancora più ridimensionata, meno posti di lavoro e un problema ambientale sempre da risolvere.
Nel 2019 proponevo di investire per costruire il futuro.
Oggi mi ritrovo a chiedere quanto ci sia costato continuare a rinviarlo.
Perché alla fine tutto questo non è soltanto un problema economico o industriale. È una scelta politica. E anche non scegliere ha un costo.
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