D’Ascenzi: non bastano le persone nuove, servono anche idee nuove

È in pensione (ma non troppo), e il suo impegno più grosso oggi è fare il nonno. Ma non ha perso la passione per la politica e quella per la provocazione. Alla serata organizzata il primo agosto dal centro sinistra era presente, ma ha taciuto. Come ha taciuto negli ultime riunioni del PD novese. Ma basta incontrarlo in via Girardengo per tirargli fuori una analisi non banale della situazione politica cittadina. 
Mauro D’Ascenzi è l’uomo che ha portato Acos da essere una piccola municipalizzata di provincia a uno dei maggiori trader nazionali di gas. Un “ragazzo di provincia” che è arrivato da Novi ai vertici di Federgasacqua Federutility, Utilitalia, la federazione che riunisce le Aziende operanti nei servizi pubblici dell’Acqua, dell’Ambiente, dell’Energia Elettrica e del Gas. È stato presidente a Bruxelles di Eureau, che riunisce tutte le aziende dell’acqua in Europa.

Da ragazzo di provincia è Novi il suo campo di gioco più amato, soprattutto ora che il lavoro non lo porta più in giro.  Dopo la caduta di Cabella, Novi va lentamente verso nuove elezioni. I nomi che si fanno per la candidatura a Sindaco sono quelli di Muliere e Tedeschi, cioè l’ex sindaco e l’ex assessore. Ma il Pd ha capito perché ha perso? 

«Le cause principali della sconfitta non sono da cercare nella giunta precedente – dice subito D’Ascenzi –  giunta che ha certo delle responsabilità, ma non è per colpa di Muliere che ha fatto il Sindaco per 5 anni, né di Tedeschi che ha fatto per 10 anni l’Assessore. Neanche negli uomini che c’erano. La causa sta principalmente nel momento politico del voto». 

Quindi, tutti assolti? «Ma no, qualcosa si è sbagliato. Ma prima in Italia vinse ovunque il populismo dei 5 stelle, poi vinse in tutta Italia il salvinismo, che è populismo e sovranismo insieme. Anzi, chiamiamolo con il suo nome nazionalismo localista».

Nazionalismo regionale? 
«Si. Per il salvinismo la soluzione dei problemi sta nel chiuderci dentro, e copia lo slogan di Trump: Prima l’Italia, prima la mia Regione, prima il mio Comune. Una politica che alza dei muri: contro l’Europa, contro la globalizzazione, contro gli immigrati. Ma tutto cambia rapidamente: prima arriva il Covid, e ci accorgiamo di essere una comunità internazionale. Poi arriva la crisi economica e ci accorgiamo di quanto sia indispensabile l’Europa. Poi arriva la guerra del loro amico Putin e ci accorgiamo che le alleanze internazionali sono vitali. Ora “tira” il nazionalismo all’ungherese della Meloni, ma a Novi non ha le stesse radici che aveva la lega nel 2019. Novi ha una grande tradizione antifascista».

Quindi, la sconfitta è dovuta solo a fattori esterni?
«Ma no certo. Guardiamo i fatti però. Abbiamo perso a Ferrara, un comune internazionalmente premiato per la sua amministrazione. Abbiamo perso a Forlì, a Piombino. Posti dove la sinistra sfiorava l’80% dei consensi. A novi abbiamo perso per 200 voti. Vuoi dirmi che la situazione generale non è stata determinante? Guada che il disastro della giunta leghista è dovuto proprio a questo. Non hanno capito le ragioni della loro vittoria e di conseguenza hanno voluto far saltare tutto ciò che c’era prima: il risultato è sotto gli occhi di tutti.» 

Quindi, la vittoria della destra è stata un incidente di percorso dovuto al momento politico nazionale in cui si è votato, quando Salvini aveva il vento in poppa. In effetti, a Novi nei manifesti “vota Cabella” la Lega metteva la faccia di Salvini… Quindi, è una partita da rigiocare con la stessa squadra? 
«No, il rinnovamento generazionale è indispensabile. Lo abbiamo nel Dna e abbiamo la fortuna di avere giovani preparati. Ma questo processo lo abbiamo sempre perseguito, basta vedere i nomi dei segretari cittadini negli ultimi lustri: Marubbi, Tedeschi, Cavanna, Bergaglio, Morando e Marilli. Tutti ventenni e trentenni bravissimi. Nella passata amministrazione erano assessori Bergaglio e Tedeschi; capogruppo Gualco, Sciutto Presidente del consiglio comunale, Andronico presidente della commissione urbanistica, Cavanna vice presidente Acos. Non mi pare che si possa dire che non era una squadra giovane».

Insomma, il rinnovamento c’era già. Serve quello delle idee? 
«Alla serata “Novi riparte” del 1 agosto al circolo Ilva ero presente, e ho ascoltato con molto interesse gli interventi. Alcuni erano ben preparati, e il tema del rinnovamento era espresso o latente in tutti. Ma non ho ancora sentito idee nuove. Certo siamo all’inizio di un percorso, e la mia non è una critica, ma la evidenzio come una necessità. Dobbiamo decidere, e farlo al più presto, in che direzione guardiamo. Dopo il disastro dell’amministrazione Cabella prevale l’idea che la questione sia far ripartire la città. Si bandi bene: ri-partire, non partire. Cioè riportarla alla normalità. Ottimo. 
Si parla di una città accogliente, con una sano governo del territorio, buoni servizi, attenta ai bisogni dei bambini e le donne, solidale con gli anziani e le categorie più deboli. Una città in cui si vive bene e che attragga residenti che oggi vivono e lavorano nelle grandi metropoli vicine a noi».

Non mi pare che si possa dire che è una cattiva idea. «Permettimi una provocazione: mi sembra un’idea per cui da dormitori squallido e in via di spopolamento diventiamo un buon albergo a 4 stelle. Ho sentito un intervento di una persona che stimo molto (Paola Cavanna, ndr) in cui sostiene che dobbiamo abbandonare progetti faraonici. Strumentalizzo la sua frase perché forse intendeva dire altro. Ecco, io penso proprio il contrario. Migliorare e innovare la qualità della vita della nostra città è intimamente connesso ad un suo rilancio su scala nazionale e internazionale, non solo perché occorrono risorse, ma perché occorre cultura. Solo lo sviluppo delle relazioni economiche porta con sé anche uno sviluppo della cultura dei bisogni». 

Ma quali idee servono? «Non avanzo proposte precise ma un metodo, una precondizione. Le idee nascono dalla voglia di inventarle e di metterle in discussione. Nascono anche dai progetti “faraonici”, se rappresentano una visione nuova della città e del suo futuro. È già molto importante amministrare bene, ma bisogna anche avere una grande ambizione ideale».

La sinistra deve essere più progressista. Mi pare di averla già sentita questa. «Da secoli i temi della sinistra sono sempre gli stessi: uguaglianza, libertà, fraternità. Ma in ogni situazione storica cambiano le modalità per raggiungere tali obiettivi. Solo in sistemi economici avanzati si inventano soluzioni avanzate. Quindi, i bisogni e la loro soddisfazione sono connessi strettamente ai rapporti di produzione che si creano in quella fase storica. Non lo dico io, ma l’ha detto Marx il quale io credo ancora che qualche cosa l’abbia indovinata. Prendiamo ad esempio proprio questa città. Novi ha avuto un ruolo molto grande negli anni settanta e sessanta: il raddoppio dell’Ilva, il peso di San Bovo per il traffico di merci, l’autostrada Voltri- Gravellona Toce e la bretella che attraverso Novi la collega con alla Genova-Milano. Parliamo di traffico europei e intercontinentali. Non è un caso se proprio in quel periodo abbiamo avuto il massimo di capacità della sinistra di elaborare ricette solidali, egualitarie e innovative. Gli operai inventarono il salario sociale, cioè una quota della ricchezza prodotta dal loro lavoro doveva essere investita nel sociale. Si costruì il trasporto pubblico, si fecero i consultori per le donne, si espansero gli asili e le scuole materne, si costruì la zona artigianale, si permise a migliaia di lavoratori di diventare proprietari di una casa. Altro che la proprietà è un furto! Per non parlare dei consorzi e le aziende per i rifiuti, la depurazione, il gas e l’acqua.»

D’Ascenzi è un fiume in piena. «Negli anni sessanta novi si dotò del primo piano regolatore generale della Regione Piemonte. Erano per il tempo, appunto, delle opere “faraoniche”. Tra gli anni ‘50 e ‘70 novi passò da 22mila abitanti a 32 mila. 10mila persone in più, il 50% di crescita! Vi furono anche tensioni, discriminazioni, ma fu un periodo straordinario dove si fecero cose straordinarie. Proprio la capacità della sinistra di gestire questa novità e di inventare nuove risposte le ha garantito decenni di egemonia. Questo ci dice che una adeguata organizzazione dei servizi dipende da una innovazione culturale e questa è sempre il frutto di un determinato sviluppo economico e produttivo».

Dobbiamo ambire a grandi progetti? «Non mi preoccupano i giovani che da Novi vanno altrove. Anzi, è giusto. Cosa stanno a fare sempre in famiglia? I bamboccioni? Mi preoccupano i giovani che da fuori non trovano motivo di venire a Novi. Li possiamo attrarre soprattutto se offriamo a loro possibilità di lavoro, ma anche di lavoro nuovo, professionalmente stimolante. La rete globale e l’internazionalizzazione dell’economia e dei processi produttivi offrono grandi possibilità accorciando le gerarchie territoriali. Dico sempre che per andare a Singapore un tempo dovevo andare a Milano, poi a Londra, eccetera. Oggi da Pasturana posso andare direttamente a New York attraverso la rete globale. Ma posso farlo se ho idee da vendere, naturalmente».

Rinnoviamo le idee, più che le persone. «Mi aspetto che questa nuova generazione di amministratori, che padroneggia più di me le nuove tecnologie, sia capace di produrre idee innovative e grandiose accanto a quelle “cheap”, come dicono gli inglesi, che sono indispensabili ma non sufficienti». 

Per rinnovare Novi più che di giovani, abbiamo bisogno di idee giovani. «Non nego il mio stupore dinnanzi a due interventi che, con analisi desuete, riferendosi al Pd lo accusavano di aver abbandonato le idee di sinistra, e che nessun giovane dirigente di questo partito abbia sentito il bisogno di replicare e proporre i contenuti di una sinistra innovativa. Forse è stata colpa delle ferie d’agosto, ma non vorrei che fosse per mancanza di argomenti e di passione. Lo ha fatto con la solita arguzia Montessoro che, non se ne abbia a male, non è più un giovane imberbe».

Nel 2018 tu e Muliere organizzaste la giornata delle idee. «Certo. Vennero personaggi di caratura nazionale e si stupirono come in questa città vi fosse un così alto livello del confronto. Proporrei di ripartire di lì. Non so se i contenuti sono ancora validi, alcuni saranno superati. Ma quello è il metodo.
Julio Velasco, allenatore di pallavolo che vinse tutto ciò che si poteva vincere, chiamato ad un seminario di Confindustria disse un sacco di cose bellissime. Una fa al caso nostro: se siete a metà classifica non studiate coloro che vi precedono di due o tre posizioni, ma guardate la squadra che vince il campionato e la coppa dei campioni».

Va bene, servono idee nuove, grandi, visionarie. Ma quali? « Ripeto, non ho proposte precise, ma suggerisco un metodo, una precondizione. Le idee nascono dalla voglia di inventarle e di metterle in discussione. Vogliamo guardare lontano o, pur dichiarandoci aperti al mondo, restare nei nostri confini? Questo è il vero tema».



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andrea vignoli

Giornalista, scrittore, insegnante.

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