Sono circa cinque giorni che Jonas ed io tentiamo di incontrarci senza successo. Il tempo in Burundi scorre in modo diverso: hai al contempo la percezione di essere appena arrivato e di averci abitato da sempre. Questa mattina l’ho incrociato per caso nella piazza di terra rossa che accoglie la chiesa di Murayi. 

Attraverso la distesa sabbiosa sotto lo sguardo vigile di centinaia di bambini raccolti all’ombra della chiesa, seduti scomposti con gli occhi spalancati e il vestito buono della domenica. Alcuni indossano abiti di paillettes, medagliette votive, rosari di plastica fluo e pellicce fuori stagione, altri possono contare solo su magliette da calcio enormi e consunte.

La costante è che mi osservano. Qualcuno si alza e sotto lo sguardo incredulo degli amici inizia a correre nella mia direzione, mi sfiora appena i capelli con la mano e poi sparisce velocemente tra la folla di bambini che presto gli si raccolgono intorno. A bocca aperta osservano la mano del temerario che è riuscito a toccare il muzungu e a tornare indenne tra gli amici. Amos, il mio compagno di viaggio italo-burundese, mi racconterà poi che si tratta di una prova di coraggio diffusa tra i bambini del villaggio. È proprio in questo modo che cercano di attirare la mia attenzione i giovani abitanti della collina, chiamandomi muzungu, che in kirundi significa “uomo bianco”. 

Jonas sta uscendo dalla chiesa. Dietro di lui intravedo le curiose danze che i bambini cattolici eseguono per arricchire la conclusione di una messa domenicale durata più di due ore. Quando mi vede mi sorride, mentre inclina abilmente le ruote della sua sedia a rotelle, manovrandole fino a compiere un salto che gli permette di scendere dal gradino di pietra della grande chiesa sulla collina. 

Indossa la camicia bianca ed il gilet verde, lo osservo nel suo completo elegante mentre mi raggiunge verso la striscia d’ombra nella quale mi sono rifugiata dal sole inclemente.

Ci incamminiamo nella boscaglia. Ridiamo della pessima capacità di entrambi di rispettare le decine di appuntamenti che ci siamo dati nei giorni precedenti ogni volta che ci siamo incrociati e abbiamo promesso di ritagliarci un momento per parlare con calma. C’è un detto condiviso rispetto al concetto di tempo in Africa: non corrisponde a quello dettato dagli strumenti di misurazione del tempo, ed è facile che ad un appuntamento delle 9 si arrivi alle 11.

Fortunatamente, oggi Jonas ed io siamo liberi dai rispettivi impegni nella comunità di Murayi. 

Mi invita a casa sua, gli chiedo a che ora posso arrivare, mi risponde “quando arriverai sarò li”. 

Mi osserva confuso mentre imbocco la strada sterrata che si addentra nella parte più fitta del bosco. Mi dice che da quella parte c’è il cimitero, gli rispondo che è proprio li che mi sto dirigendo. Per un attimo smette di sorridere e mi dice che non dovrei andarci da sola. 

Ci incontriamo più tardi, nel cortile adiacente alla sua stanza. Vengo accolta da Meranie, che indossa un pareo di cotone con un vistoso motivo geometrico di stelle arancioni ed è intenta a strofinare abiti e un grosso cubo di sapone in un profondo lavatoio di pietra. 

Il mestiere di Meranie è aiutare Jonas con i lavori domestici e lo fa mentre svolge il sereno compito delle donne anziane di tutto il mondo: dispensare consigli nati dall’esperienza di chi ha visto diverse primavere. 

Per esempio, trova che non sia conveniente per una persona “con la pelle rossa” come me, esporsi al sole equatoriale di mezzogiorno e mi invita a sedermi su un piccolo sgabello che sistema all’ombra del lavatoio. L’aria odora di pepe, di terra e di sapone 

Lui si sistema difronte a me ed è pronto a soddisfare le mie curiosità: “Jonas, ora fingi di dovermi spiegare chi sei, raccontati come se ti stessi intervistando”. 

Mi pare evidente che si sia preparato a questa domanda. Sfila delle mie mani la penna che tengo tra le dita come una sigaretta e scrive il suo nome sul foglio che ha difronte: Jonas Ngabireyimadia. 

“Vivo sulla collina di Murayi, ho 23 anni, sono uno studente di Sciences Sociale ed Humaines alla Notre Dame de la Sagesse nella città di Gitega”. 

Rido per il suo modo così impostato, capisce che può rilassarsi e allenta la tensione slacciando il primo bottone della camicia. 

In questo periodo di vacanza si trova a casa, sulla collina, ma a settembre inizierà l’ultimo anno di scuola a Gitega e ha in programma di concentrarsi sulla scelta del futuro accademico. 

“Penso che potrei essere un buon infermiere…o forse lavorare nel campo della finanza!”

Non glie lo dico, ma penso che avrebbe ottimi risultati in qualsiasi campo dovesse scegliere di lavorare.

Oggi oltre ad essere uno studente è un impiegato e si occupa della burocrazia del convento delle suore Dorotee. 

Il lavoro presso il convento è molto prestigioso, considerando la sua centralità in un luogo con popolazione a maggioranza cattolica e l’importanza rappresentata dal Centro Giovani, che accogliendo oltre 400 bambini durante il periodo estivo per lo svolgimento di attività ludiche ed educative, rappresenta un vero e proprio centro di vita per la comunità locale della collina. La prima volta che ci siamo incontrati è stato proprio al Centro, alla fine del mio turno come animatrice al centro estivo dove ho lavorato come volontaria insieme ad un gruppo di missionari novesi tra i quali opera da diversi anni Amos, il fratello di Jonas. 

È stato proprio Amos, nato in Burundi e cresciuto a Novi Ligure, a presentarci fungendo da trait d’union. 

Il convento ed il Centro Giovani rappresentano la casa e la famiglia di Jonas, e lo sono diventati soprattutto dopo la prematura scomparsa del padre, che allora era alle dipendenze delle Suore Dorotee come guardiano notturno della struttura. Lo racconta senza nascondere di esserne molto fiero. 

Geograficamente, il villaggio si colloca ai bordi di una lingua di terra rossa che si srotola al centro della foresta di banani. Proprio come un gioco di illusioni ottiche, il primo sguardo alla foresta consente di notare i colori della fitta vegetazione equatoriale e di apprezzarne l’imponenza. Ma è uno sguardo più attento, quasi espresso su un piano differente, a permettere di penetrare nel vivo del villaggio fatto di persone, scovando visi curiosi che si espongono dalle porte di case di lamiera, moltitudini di piccole mani che salutano chi percorre la strada in direzione del convento, capre che brucano la vegetazione, galli e galline, madri e figli diretti ai lavatoi , bambini che si addentrano in fila indiana nella boscaglia esotica brandendo un machete, donne e uomini che trasportano carichi comicamente grandi in bilico sulle loro teste con l’eleganza di acrobati circensi, pulmini customizzati con imponenti sticker celebrativi di Gesù Cristo sullo sfondo delle iconiche fantasie dei loghi di Gucci o di Louis Vuitton. 

La strada per Murayi, comunque la si attraversi, è terra e banani. Terra rossa con il suo profumo bruciato, che si attacca inesorabilmente alla pelle e penetra nelle trame del tessuto rendendola impossibile da sciacquare via dagli abiti. L’Africa è come la sua terra rossa e non puoi rimuoverla una volta che è penetrata nelle tue trame interiori. 

La vita nella collina, per Jonas, si svolge anche in luoghi esterni al circondario del convento. Alle 18, quando ha terminato il suo turno, raggiunge gli amici al campo di calcio, al campo di basket o al bar del paese per una Primus, la birra di Stato prodotta in Burundi in stabilimenti circondati da filo spinato e vistosi murales colorati. 

Ad interrompere il nostro flusso di pensiero, nato nelle rispettive lingue madri e tradotto in uno speziato francese con pronuncia africana, si introduce Gervais. 

Gervais in cravatta nera su una vistosa camicia gialla, mi si presenta come “l’ex preside della scuola della collina”. Passava dal cortile per fare visita a Meranie ed è stato attirato al lavatoio perché ha visto una muzungu.

Per soddisfare i suoi occhi curiosi prima ancora che Gervais inizi a porre domande sulla mia presenza, Jonas gli spiega di cosa mi occupo e il progetto al quale lavoriamo. Scandisce tempi e modi, nello spiegare che abbiamo in mente di scrivere delle nostre città, di come si sono legate e di come continuano a crescere insieme, di come ci piacerebbe che i cittadini di Murayi scoprissero Novi, così come i novesi hanno imparato a conoscere quest’angolo di Burundi nell’opera sociale di Ascolta l’Africa e dei missionari che ogni anno mettono a disposizione della comunità di Murayi ciò che hanno da offrire. 

Mentre Jonas parla, noto che Meranie lo osserva e che i suoi occhi brillano tra i segni che il tempo ha tracciato sulla pelle di quel viso dolce.

La notizia del nostro progetto è saltata di bocca in bocca ed è diventata una questione del villaggio, coinvolgendo gli strumenti che ognuno ha a disposizione. 

Ho capito di essere nel posto giusto quando ho scoperto da Jonas che diverse persone hanno contribuito alla realizzazione della raccolta epistolare che abbiamo intenzione di instaurare nei prossimi mesi. 

Gabriele possiede un pc portatile e lo aiuterà a redigere le sue comunicazioni, Mama Godebert metterà a disposizione la connessione internet del convento e il suo indirizzo mail personale, Gervais lo aiuterà riordinare i pensieri e a raccogliere i fatti più importanti da narrare alla comunità novese, Amos ci aiuterà a mantenere i contatti e a superare la barriera linguistica del kirundi. 

Il pensiero di ciò che le persone possono fare quando sono unite da un’idea è il conforto delle comunità come la nostra e come quella dei nostri fratelli burundesi. 

Li osservo nei loro gesti quotidiani, ai quali posso assistere avendo avuto la fortuna di attraversare il mondo per conoscerli, e li immagino quando me ne sarò andata e sarò tornata a casa. 

Mi piace pensare a Jonas, che a settembre partirà per studiare a Gitega, ma al suo rientro per le festività natalizie ha promesso di scriverci notizie dal villaggio, che sarò felice di condividere con chiunque ci voglia leggere. 

Chiedo di poterli fotografare e decido di farlo con una macchina fotografica con il rullino. Come se potessi catturare questa parentesi del lento scorrere di ore nel cortile e al lavatoio, sulla collina di Murayi. 

Lascio così il cortile dei miei nuovi amici, congedandomi con uno sforzo di kirundi e augurando la pace a tutti, con il suono caldo della parola amahoro.

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Un pensiero su “Storia di un incontro: Jonas e la “muzungu” dalla pelle rossa”

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