Domenica 22 e lunedì 23 marzo gli elettori italiani saranno chiamati alle urne per votare la riforma promossa dal governo Meloni sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Il Partito Democratico si è da subito schierato convintamente per il no, per ragioni sia di metodo sia di merito.
Partiamo dal metodo: la riforma è stata approvata dalla maggioranza senza un reale confronto parlamentare e senza un adeguato ascolto di giuristi e operatori del settore.
Il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale è identico a quello predisposto dal Consiglio dei Ministri: nel corso delle quattro letture parlamentari previste, infatti, non è stato possibile modificare neppure una virgola (si badi bene: nemmeno per iniziativa dei parlamentari che militano nei partiti dell’attuale maggioranza).
Non era mai successo nella storia della Repubblica italiana.
Per quanto riguarda il merito, la norma sottoposta al vaglio degli elettori è ben lungi dall’essere una vera e organica riforma della giustizia, come la propaganda della destra continua a ripetere alla stregua di un mantra, perché non affronta alcuno dei principali problemi della giustizia italiana: non accelera i processi, non stabilizza i 12.000 funzionari precari che operano nei tribunali italiani, non riduce gli errori giudiziari, non interviene sull’edilizia giudiziaria.
Questa legge si limita a separare le carriere dei magistrati inquirenti da quelle dei magistrati giudicanti, introducendo due nuovi organi costituzionali (un secondo CSM e un’Alta Corte di Giustizia che si occuperà dei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati), la cui composizione verrà decisa per sorteggio.
Sorteggio che riguarderà sia i membri appartenenti alla magistratura sia i cosiddetti membri laici, indicati dal Parlamento, in merito ai quali non è neppure dato sapere i criteri con cui Camera e Senato compileranno e approveranno gli elenchi da cui gli stessi verranno sorteggiati.
Non si tratta di mere questioni formali: ad esempio, è evidente che, qualora venga prevista per la loro approvazione la maggioranza semplice dei parlamentari, detti elenchi saranno espressione della sola maggioranza politica presente in quel momento alla Camera e al Senato, con le conseguenze che si possono facilmente immaginare.
Ad oggi, però, non è possibile prevedere quali saranno le scelte del governo Meloni e della sua maggioranza, che non si sono ancora volutamente espressi sul punto, preferendo rimandare ogni decisione all’esito del referendum.
Ma la frase con cui il ministro Nordio ha liquidato la questione, allorché gli è stata posta – «Oggi serve a noi, domani servirà a loro» – spiega bene quali sono le intenzioni sue e del governo: introdurre una serie di norme e correttivi che limitino l’azione della magistratura, che troppo spesso (a loro dire) «ha disturbato il manovratore».
Caro ministro Nordio, la sua riforma a noi non servirà, non solo perché siamo convinti che i cittadini la respingeranno al mittente, ma anche perché noi non pensiamo che debbano essere ridotti i controlli sulla legalità e la legittimità dell’azione di governo, né indebolito un potere dello Stato, la magistratura, che è e deve continuare a essere indipendente.
Per questo motivo voteremo no e invitiamo tutti a fare altrettanto, non per difendere lo status quo in quanto tale, ma per difendere non solo la magistratura e il principio della separazione dei poteri, ma anche e soprattutto il diritto di ogni singolo cittadino di essere giudicato da soggetti indipendenti e liberi da ogni condizionamento politico.
Davide De Faveri
Segretario del Circolo del PD di Tortona
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