Tutto è iniziato qualche settimana fa, quando mia figlia è uscita da scuola visibilmente arrabbiatissima. «Mamma, non è giusto!» mi ha detto, sfogando la frustrazione per una dinamica che le sembrava un’ingiustizia bella e buona.
Proprio partendo da quell’episodio, oggi ci siamo ritrovate a parlare dei ragazzi che dipingono i muri illegalmente. Le ho spiegato che, sebbene esista il vandalismo, in molti casi si tratta di veri artisti che usano il cemento come tela per esprimere il proprio dissenso verso il sistema. Il loro atto “fuorilegge” è spesso l’unico modo per far sentire una voce fuori dal coro.
Questi momenti mi hanno portato a riflettere sui mali profondi del nostro mondo: il conformismo e l’indifferenza. È un errore pensare che siano mali solo moderni. La storia ci insegna che l’indifferenza è la radice di ogni tragedia collettiva: i fascismi e le dittature non nascono mai nel nulla, ma germogliano proprio lì, dove la gente smette di porsi domande e sceglie di “stare in riga” per comodità o paura.
Viene in mente il celebre monito di Antonio Gramsci, che scriveva: «Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani». Gramsci sosteneva che l’indifferenza è il peso morto della storia, ciò che permette al male di operare perché la massa lo lascia fare. Non è solo assenza di azione, è una scelta di campo: chi non sceglie, permette ad altri di scegliere per lui, diventando complice silenzioso di ciò che accade.
Il conformismo è l’anestesia della coscienza. Quando accettiamo che tutto sia grigio e uniforme, quando smettiamo di indignarci per un’ingiustizia o di vedere l’arte dietro una protesta, stiamo aprendo la porta a quella passività che in passato ha permesso agli orrori di diventare normalità. Se insegniamo ai nostri figli che l’importante è solo non disturbare, li condanniamo all’apatia.
Educare al dissenso critico significa, invece, fornire loro gli strumenti per essere liberi. Significa insegnare che la legalità deve camminare insieme alla giustizia e che il coraggio di dire “no” è ciò che tiene viva la democrazia. Il nostro compito non è crescerli ubbidienti al grigio, ma capaci di riconoscere la bellezza nella ribellione e di fermare l’indifferenza prima che diventi un’abitudine sociale. Solo così potranno essere, come voleva Gramsci, non semplici spettatori, ma protagonisti consapevoli della loro storia.
Ti è piaciuto questo articolo? Offrici un caffè con Ko-Fi

Segui il moscone su Telegram per ricevere una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo articolo https://t.me/ilmoscone

