Molti mi chiedono come possa io, che vengo da una cultura socialista, laica e riformista, schierarmi contro un referendum sulla giustizia. La mia scelta sul referendum nasce da una riflessione lunga che voglio rappresentarvi, perché mi sembra giusto farlo e soprattutto perché non accetto una giustizia forte con i deboli e serva della politica.

Questa non è una riforma per i cittadini: è una bandierina ideologica che nasconde un trucco pericoloso. Vogliono trasformare il pubblico ministero in un avvocato dell’accusa che deve solo «vincere» la partita. Ma se la giustizia diventa una gara a chi grida più forte, sapete chi vince? Vince chi ha i soldi per pagarsi la difesa migliore. Il pm deve restare un magistrato che cerca la verità, non un cacciatore di colpevoli a ogni costo, perché la legge deve proteggere l’innocente, non il conto in banca.

E poi, parliamoci chiaro: stiamo perdendo tempo a riscrivere sette articoli della Costituzione per una norma che riguarda lo zero virgola cinque per cento dei magistrati? Sono queste le priorità che abbiamo in Italia? È follia. Mentre i vostri processi finiscono nel 2030, loro giocano a fare gli ingegneri costituzionali. Le Costituzioni non si scrivono per le maggioranze del presente, ma per prevenire gli abusi del futuro.

C’è poi la questione del sorteggio per i membri del CSM: un meccanismo che non esiste in nessun Paese civile e che sostituisce la competenza con la casualità, al solo scopo di indebolire il prestigio della magistratura e renderla più facilmente influenzabile. Indebolire il CSM significa indebolire ogni singolo magistrato di fronte al potere esecutivo.

Dobbiamo ridefinire le priorità di questo Paese. Questa riforma è «fuffa» perché non affronta nessuna delle vere criticità: non rende i processi più veloci, non stabilizza i 12 mila precari della giustizia, non risolve il dramma delle carceri sovraffollate, dove i suicidi tra detenuti e polizia penitenziaria hanno superato ogni record e soprattutto non definisce una certezza della pena, oggi cruciale.

Il Governo Meloni ha tagliato 500 milioni di euro alla giustizia, preferendo investire in una riforma che mira solo a sottomettere la magistratura al controllo politico.

Voterò NO perché la giustizia non deve diventare più forte contro il cittadino, ma più giusta per tutti, soprattutto per chi ha meno strumenti di difesa. Accetto il confronto sulle riforme, ma non accetto una giustizia in cui l’indipendenza dei giudici sia affidata alla buona volontà delle maggioranze di turno. Il 22 e il 23 marzo difendiamo l’equilibrio dei poteri, ma soprattutto non lasciamoci ingannare da una riforma che promette efficienza e consegna invece sottomissione.

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