Oggi avevo previsto di andare a fare rifornimento di gasolio, così mi sono ritrovata a fare il giro dei distributori, come si faceva una volta per scegliere il bar con il caffè migliore. Solo che oggi non si tratta più di gusto, ma di sopravvivenza. Una sorta di pellegrinaggio laico, occhi incollati ai tabelloni luminosi, nella speranza di trovare un prezzo meno indecente degli altri. Un centesimo in meno al litro diventa una conquista, quasi una vittoria personale. È questa la fotografia amara del nostro tempo.

Il prezzo dei carburanti, e in particolare del diesel, ha raggiunto livelli semplicemente insostenibili. Non è più una questione di oscillazioni di mercato o di crisi temporanee: siamo di fronte a un aumento strutturale che pesa come un macigno sulle spalle di lavoratori, pendolari, piccoli artigiani, trasportatori. Tutti coloro che non possono permettersi il lusso di “scegliere alternative” si trovano schiacciati da un sistema che continua a scaricare i costi sempre sugli stessi.

E mentre il pieno diventa un atto quasi doloroso, gli stipendi restano fermi, quando non arretrano. Il potere d’acquisto crolla mese dopo mese, in un silenzio assordante. Ci raccontano di ripresa, di crescita, di indicatori economici positivi, ma nella vita reale l’unico indicatore che conta è quello del conto in banca a fine mese. E quello, per la maggioranza delle persone, segna rosso.

Il paradosso è evidente: da una parte si chiede ai cittadini di continuare a lavorare, produrre, spostarsi; dall’altra si rende sempre più costoso farlo. Il diesel, carburante fondamentale per il trasporto delle merci e per interi settori produttivi, diventa un bene quasi di lusso. E quando aumentano i costi del trasporto, aumentano inevitabilmente anche i prezzi di tutto il resto. È una catena che colpisce sempre i più deboli.

Ma la questione non è solo economica, è profondamente politica. Perché dietro questi aumenti ci sono scelte precise: tassazioni elevate, speculazioni tollerate, mancanza di interventi strutturali per calmierare i prezzi. Si preferisce lasciare che il mercato faccia il suo corso, anche quando questo significa impoverire milioni di persone. È la normalizzazione della fatica, della rinuncia, del continuo adattarsi al peggio.

Serve una rottura netta con questo modello. Non è accettabile che i costi della crisi – qualunque sia la sua origine – vengano sempre scaricati su lavoratori e pensionati. Non è accettabile che il diritto alla mobilità, al lavoro, a una vita dignitosa venga subordinato ai profitti e alle logiche di mercato.

Perché la verità è semplice, ed è sotto gli occhi di tutti: mentre il prezzo del diesel sale, la vita delle persone scende. E non è una legge naturale. È una scelta. E come tale, può e deve essere cambiata.

Laura Robbiano – PRC

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