Un grande sindacalista, Pierre Carniti, una volta disse: “ad un’intera generazione l’impegno sociale e sindacale è apparso più bello del denaro, del successo privato, dell’entrata nel mondo del censo e del potere tradizionale”. Questa frase si addice molto bene alla persona di cui mi accingo a scrivere e che da poche ore non c’è più.
Voglio però ricordarti com’eri
Ho avuto la fortuna, il piacere e il privilegio, di lavorare a tempo pieno nel Sindacato, fianco a fianco, per qualche anno con Giancarlo Mandrino.
Una persona che, a pieno titolo, ha fatto parte della generazione di cui parlò Pierre Carniti, una persona a cui l’impegno sociale e sindacale è apparso “più bello del denaro”, fino a fare di questo concetto una ragione di vita a tutto tondo.
Giancarlo negli anni in cui abbiamo lavorato insieme, diventò Segretario provinciale della Federchimici-Cisl, all’epoca la seconda categoria del settore industriale in provincia di Alessandria, dopo i metalmeccanici. Il sottoscritto era membro della sua segreteria. Era diventato Segretario provinciale non certo per sete di potere, concetto che non gli apparteneva, bensì per il forte senso dell’impegno sociale, dello spirito di servizio che lo ha sempre contraddistinto. Non a caso, scherzosamente, il sottoscritto e altri compagni lo chiamavamo: il missionario, perché era sempre sul “pezzo”, sempre intento a studiare i problemi, le politiche sindacali, con spirito critico, con umiltà ma con determinazione, con un solo scopo, uno solo: stare dalla parte dei lavoratori, meglio ancora dalla parte dei più deboli.
Senza sete di potere: lo dimostrò anche quella volta che in un Congresso era stato proposto nel direttivo regionale della Federchimici. Noi, lui no, facemmo il conto dei voti che servivano per farlo eleggere. Mancava un voto, uno solo, il suo. E Giancarlo non voleva votare se stesso per una questione etica. Dovemmo “costringerlo” a votarsi (ogni tentativo di convincerlo era risultato vano). Dovetti accompagnarlo al seggio e alla fine, diciamo “spontaneamente”, votò il suo nome.
Di battaglie insieme ne abbiamo fatte tante. Ricordo, una per tutte, la vertenza della Mossi & Ghisolfi; l’azienda aveva deciso di chiudere i battenti, circa 800 licenziamenti, un dramma per molte famiglie di Tortona che improvvisamente erano gettate sul lastrico. Un dramma per la città e per il tortonese; in quei tempi dicevamo che era come se la Fiat avesse chiuso lo stabilimento di Mirafiori a Torino. Con intelligenza e la caparbietà tipica dell’uomo (ma aggiungerei anche con l’ansia di chi aveva vissuto in fabbrica e manteneva la sua bella famiglia con il salario che percepiva), Giancarlo condusse quella battaglia in prima fila. Tutta la città venne coinvolta. Tutto sembrava perduto, fino a quando con una forte delegazione di lavoratori presidiò il Ministero del Bilancio per una giornata intera e alla fine ottenne la cassa integrazione straordinaria per quelle persone che da mesi non percepivano lo stipendio.

Poi una parte di lavoratori rientrò in azienda, che nel frattempo era stata acquisita da nuovi proprietari, altri furono collocati in altre aziende della provincia. Fu forse la prima volta che si riuscì a ottenere da altri industriali di farsi carico del problema sociale, oltre che sindacale, paventato dalla chiusura della fabbrica tortonese.
Anni dopo diventai Assessore agli affari sociali di Novi Ligure. Un gruppo di extracomunitari aveva occupato un edificio che era abbandonato. Ad un certo punto, però, la proprietà rivendicava il ritorno alla normalità.
Il Comune doveva intervenire. Mi arrivò una telefonata di Giancarlo che, nel frattempo, si occupava di quelle persone, e si avviò una lunga trattativa, da una parte io che dovevo far applicare la legge, dall’altra lui che tendeva a prendere tempo e a cercare soluzioni. Passarono settimane, alla fine trovammo una soluzione che oltre a risolvere il problema della proprietà tendeva ad avviare processi di integrazione di quegli esseri umani, che avevano solo la colpa di essere nati in un paese povero, dove magari c’era la guerra, ed erano venuti qui da noi a cercare un pezzo di pane. Forse erano arrivati perché attratti da quella trasmissione televisiva nella quale, se rispondevi quanti fagioli c’erano in un vaso, potevi vincere un premio in denaro… e nel loro paese non c’erano nemmeno i fagioli per fare l’unico pranzo giornaliero.
Non so dire dell’attività di Giancarlo nelle carceri, ma conoscendolo, sono certo che lo spirito che lo ha animato è stato quello di sempre: la solidarietà. Un concetto prezioso che di questi tempi sembra essere messo in discussione da chi pensa solo a se stesso, da un nuovo egoismo che pervade la società, ma la solidarietà cammina e continuerà a camminare nelle piccole cose quotidiane, sulle gambe e soprattutto nella testa di persone come Giancarlo Mandrino.
Quando entrai nel Sindacato ero poco più di un ragazzo e persone come Giancarlo (o come Giovanni Carpenè) mi hanno insegnato molte cose, soprattutto ad ascoltare gli altri. Dico spesso che il Sindacato è stata la mia università, mi ha insegnato a cercare di capire gli altri, soprattutto quelli diversi da me, i loro problemi, e a tendere loro la mano.
Lorenzo Robbiano
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