Cara Teresa, ho letto il tuo articolo (vedi link in fondo all’articolo, NdR) e mi fa piacere aggiungere qualche riflessione. Anch’io, come te, non amo il «senza se e senza ma», ma allo stesso modo non sopporto il «sì, ma», espressione che ricorre spesso nella politica e in molta stampa, diciamo di area “liberal”, che trovo tra le più insopportabili.
Per mesi mi sono sentito dire, in modalità bipartisan, che ero un povero deficiente incapace di comprendere la complessità del problema e che, quindi, avrei dovuto votare come mi veniva suggerito, senza discutere. Credo di appartenere alla mansueta mandria della mediocritas, nel senso di avere un QI nella media, forse tendente al basso; ma penso comunque di aver capito qualcosa dei tecnicismi del quesito referendario e mi sono comportato di conseguenza, nel segreto dell’urna, come si suol dire, senza troppi sofismi.
Capisco che la battaglia non sia stata di alto livello e che il cosiddetto “campo largo”, per intenderci, abbia mostrato più di una debolezza; molti avranno votato sì, certo. Si sarebbe preferito un dibattito alto, magari anche elegante, ma non mi pare che ce lo possiamo permettere più di tanto con questa classe politica al governo e con la situazione in cui versa il Paese. Diciamo che, se se ne andassero a casa, Giorgia Meloni e soci, sarei contento, «senza se e senza ma» e senza «sì, ma». Un po’ grossolanamente, certo, lo ammetto.
Il risultato referendario non basta, ci mancherebbe; lunga è la strada dagli ingredienti alla torta, come dicono gli inglesi. Ma intanto portiamo a casa questo, con un po’ di allegria, se ci riusciamo, poi vedremo.
Siamo un Paese con il sistema sanitario in crisi, la scuola nelle stesse condizioni, il welfare a pezzi, lo sviluppo fermo, politiche del lavoro e stipendi alla frutta, sicurezza allo sfascio; eppure cerchiamo il consenso dei “moderati”, mentre la povera Elly Schlein viene descritta come una feroce estremista. Ma cosa vuol dire, davvero, “moderati”? C’è invece bisogno di radicalità, nel senso etimologico del termine: andare alla radice dei problemi, se li si vuole risolvere. Altro che moderazione. Radicalità non significa estremismo.
Karl Marx scriveva: «Essere radicale significa cogliere le cose dalla radice. Ma la radice per gli uomini è l’uomo stesso». Forse la vera complessità, cara Teresa, è proprio questa: andare alle radici di quell’umanità che abbiamo perso, soffocati dal mito del progresso tout court; ritrovare la coesione, la solidarietà sociale, la tolleranza e coltivare il benessere comune, cambiando un po’ prima di tutto noi stessi. Ardua impresa.
In poche parole, preferisco il «senza se e senza ma» al «sì, ma».
P.S. Un modesto consiglio: Pietro Bevilacqua, Elogio della radicalità, Laterza.
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Mi è piaciuto sia l’articolo di Teresa Mantero che questo di Mino Orlando. Belle teste, bei pensieri in realtà malto vicini. Tutti e due coltivano il dubbio pur facendo scelte nette, radicali.