Caro Mino, ti leggo con piacere, come sempre quando qualcuno prova ad andare oltre la superficie — e già questo, oggi, è quasi un atto sovversivo del quale ti sono grata. Alle locuzioni “sì, ma” e “senza se e senza ma” entrambi facciamo un torto simile: le giudichiamo per i loro abusi, non per la loro natura.
Capisco la tentazione della nettezza. È antica quanto il pensiero umano: c’è sempre stato chi ha provato a ridurre il mondo a una linea retta. Il problema è che la realtà, ostinatamente, somiglia più a un groviglio che a un segmento; proprio come le “radici” alle quali fai riferimento.
Tu richiami la radicalità, e fai bene. Ma radicale non è ciò che taglia corto: è ciò che scava.
E proprio perché scava, la radicalità non coincide con la semplificazione. Non è riduzione, non è scelta binaria, non è rifiuto delle sfumature.
Leggo in alcuni commenti il timore che ogni articolazione del pensiero sia, in fondo, una forma di “cerchiobottismo”: un modo per non scegliere, per non esporsi, per restare in equilibrio tra posizioni inconciliabili.
È un equivoco comprensibile, ma pericoloso. Perché una capacità di analisi complessa non è l’alternativa alla decisione: è la sua premessa.
Non si decide nonostante i “se” e i “ma”, ma — quando il lavoro è onesto — proprio attraverso di essi. Ed è esattamente questo passaggio che distingue una decisione fragile, figlia dello slogan, da una decisione solida, meditata, consapevole delle sue conseguenze.
La storia, che giustamente viene evocata, non è fatta solo di scelte nette: è fatta di scelte comprese. E le seconde, di solito, resistono più delle prime.
E scavare, del resto, raramente produce risposte nette. Produce piuttosto complessità, che non è ambiguità. Confondere le due cose è uno degli equivoci più comodi — e più pericolosi — del nostro tempo.
Il punto, allora, non è scegliere tra il “senza se e senza ma” e il “sì, ma”, ma capire quando ciascuno dei due diventa un alibi: il primo per non pensare, il secondo per non decidere.
Io continuo a difendere quei piccoli inciampi del ragionamento — i “se”, i “ma” — perché è lì che il pensiero rallenta quel tanto che basta per non diventare propaganda.
Poi certo, nella cabina elettorale si decide. Ma se ci arriviamo avendo già rinunciato alla complessità, quella decisione è solo l’ultimo atto di una semplificazione iniziata molto prima. Sul resto — compresa la tua salutare insofferenza per una certa politica — direi che ci capiamo più di quanto sembri. Senza se. E, concedimelo, anche con qualche ma.
Radicalità non è estremismo. Complessità non è ambiguità.
Mi permetto anch’io un suggerimento di lettura: “Elogio del dubbio” di Victoria Camps
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